L’arte musicale, più di ogni altra, si è progressivamente trasformata in una specie di terreno sul quale ogni mistificazione è possibile. Sul sistema del più o meno consapevole, più o meno esplicito, più o meno sfacciato equivoco si fonda oramai tutta l’industria discografica. “X scrive brani meravigliosi”, “Y è un grande compositore”, “Z ha una conoscenza musicale pazzesca”: poi vai a scoprire che X non ha mai scritto una sola nota (e che è invece tutto merito di arrangiatori e orchestratori i cui nomi, puntualmente, non compaiono mai), Y non ha mai composto nulla e Z non saprebbe individuare un DO nemmeno su un pentagramma retroilluminato. E così, nel più totale equivoco, nella più totale mistificazione, procede l’industria discografica vendendo prodotti di pessima qualità a un pubblico incapace (perché non adeguatamente preparato) di intendere e di volere.

Intere generazioni di falsi miti, falsi eroi venduti a esclusivo uso e consumo delle grandi multinazionali dell’industria discografica. La differenza col passato è notevole, e proprio in termini di divismo: il divo musicale per eccellenza nella prima parte dell’Ottocento si chiamava Gioacchino Rossini (sì, Gioacchino, proprio con due ‘c’, e con buona pace dei tromboni accademici), ovvero un signor musicista con capacità e competenze musicali fuori dalla norma. Oggi i divi musicali sono giovanotti o giovanotte che la maggior parte delle proprie competenze le concentrano nella più o meno grande capacità di sistemarsi addosso piercing, tatuaggi, ciuffi colorati e vestitini più o meno alla moda.

Amici-DeFilippi

L’immagine dell’incompetenza musicale al comando di una società bifolca ce la offrono ogni anno le giurie dei talent show: ignoranti musicali che credono di avere il diritto di giudicare qualcuno sol perché investiti di questo ruolo da un’emittente televisiva (a sua volta schiava dell’indice di ascolti e dunque pronta a mettere in trono anche le scimmie, non volendo con ciò offendere i simpatici primati).

Assistiamo dunque a un continuo abuso di appellativi impropriamente utilizzati: musicista, genio musicale, poeta, pianista classico, musica/musicista indipendente, ecc. sono tutte etichette usate ad hoc, ma senza attinenza alcuna con l’oggetto di volta in volta apostrofato, da case discografiche, uffici di comunicazione e circuiti dello show business interessati al solo ed esclusivo profitto economico: gente ben consapevole di agire su un tessuto sociale, come quello italiano che si attesta tra i più musicalmente analfabeti dell’intero Occidente, non adeguatamente provvisto di anticorpi culturali utili, se del caso, per rispedire al mittente la sola di turno. Assistiamo all’uso della parola musicista per orde di rapper incapaci anche solo di intonare una qualsiasi scala maggiore: non basta essere apostrofati musicisti da stampa e giornali per sentirsi o convincersi di essere tali, bisogna, semmai, esserlo davvero.

Il nostro è uno spazio-tempo (l’Italia odierna) nel quale i veri musicisti, quelli veramente capaci di meraviglie musicali, vengono debitamente tenuti ai margini da un’industria, quella dello show business con tutti gli annessi e connessi, che di gente seria non saprebbe proprio che farsene. Ecco dunque che spopolano i ‘geni musicali’, musicisti o sedicenti tali di media o nulla statura, senza particolari doti trascendentali ma con tanta faccia tosta che, di colpo, e per semplicissime questioni di mercato, vengono affiancati ai veri giganti della musica. Ma se chiamiamo genio chiunque, quali parole ci restano per definire musicisti come J.S.Bach, L.V.Beethoven, G.P. da Palestrina, R.Wagner e tutti i veri geni della musica?

Il peccato originale non può però essere attribuito né alla stampa né all’industria dello show business, che nella catena del dolore intervengono solo in una fase successiva: il peccato originale ha a che fare col sistema educativo e scolastico italiano. Se infatti in Germania chiunque ha a che fare con la disciplina musicale, considerata alla stregua della matematica, della storia o della filosofia, fin dalla scuola elementare (Grundschule), in Italia ci si limita ai 3 anni delle scuole medie (oggi secondarie di primo grado), nel corso delle quali il flauto dolce miete più vittime di un coro di demoni. Il nostro attuale sistema scolastico non forma in sostanza un pubblico in grado di distinguere e orientarsi verso i prodotti di autentica qualità musicale: un pubblico colto, intelligente, maturo. Era Marcel Proust, dopo aver visitato l’Italia, a scrivere che “la vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l’arte, ma quella che, disseminata di capolavori, non sa né apprezzarli né conservarli”, adorando, aggiungerei io, feticci venduti al mercato degli dei. L’Italia odierna, col suo glorioso passato musicale (oltre che pittorico, scultoreo, architettonico, teatrale, ecc.), può essere più o meno raccontata così.