Fori Roma

È di qualche giorno fa la notizia che il Foro di Augusto e il Foro di Cesare hanno totalizzato più di centomila visitatori. Prodotto da Zètema Progetto Cultura e ideato da Piero Angela e Paco Lanciano, lo spettacolo dei due fori proseguirà fino ai primi giorni di novembre. Si tratta di un’esperienza immersiva, avvolgente, in cui visitatori muniti di cuffia e sensori laser, vengono guidati attraverso rovine secolari, dall’inconfondibile voce di Super Quark. Un viaggio impreziosito dalle bellissime proiezioni ad alta definizione che, almeno per qualche ora, restituiscono questi luoghi al loro antico splendore. Lo confesso, per me si è trattato di un’esperienza particolarmente emozionante non tanto perché per il Foro di Cesare, sono stati scelti (tra gli altri) dei brani musicali tratti dal mio terzo poema sinfonico intitolato Atlantis (edito da Heristal Entertainment), ma per la suggestione che il tutto era capace di produrre.

E infatti questa esperienza mi ha dato l’occasione per riflettere su alcune questioni.

1. Contrariamente a molti dei luoghi comuni che affliggono le iniziative culturali, queste ultime sono in grado di attrarre un pubblico numeroso, se pensate ed organizzate in modo coraggioso ed in linea con i tempi.
2. La musica, molto al di là del mio (modesto) contributo (nel caso specifico), resta un elemento chiave, imprescindibile, per condurre lo spettatore in mondi alternativi, lontani, remoti. Un argomento certamente non nuovo, soprattutto in questo blog, ma pur sempre importante da ricordare in un Paese dove la musica è sempre la Cenerentola delle arti
3. Soprattutto, è interessante notare che alle consuete forme di interazione tra musica ed altre arti, (teatro, balletto, cinema), negli anni se ne sono aggiunte progressivamente delle altre. Live electronics, istallazioni sonore, musica per videogiochi, per il web, per esposizioni interattive, per istallazioni performative, sono solo un esempio di come la musica possa essere preformata e fruita in modi alternativi e aggiuntivi rispetto ai luoghi tradizionali, svolgendo quasi sempre una funzione strutturalmente rilevante. Di queste nuove forme multimediali ed interdisciplinari, l’istallazione è probabilmente la più interessante ed aperta a varie soluzioni. Una formula che in Europa è già molto diffusa, le cui radici risalgono addirittura alla prima metà del Novecento. In questo senso, le installazioni di Stockhausen e Tudor sono, dopotutto, forme diversificate e ibridate di istallazioni performative.

Vengo al punto. Avendo visitato molte istallazioni in Italia e in Europa, trovo che questa forma d’arte multimediale, abbia in effetti grandi potenzialità espressive; proprio per questo, la trovo particolarmente efficace quando è impiegata per veicolare dei contenuti: un racconto letterario, la struttura del sistema solare, la vita negli oceani, la storia di Attila, ecc. Tuttavia, spesso ciò non avviene. Ripenso ad una istallazione realizzata nella splendida cornice del Circo Massimo a Roma poche settimane fa: una serie di con la musica creando una sorta di trama ipnotica. Oppure, quella in cui delle rane meccaniche emettevano un suono stimolando, come in uno stagno, la risposta delle altre… Esistono molti esempi di istallazioni performative di questo tipo o, ben più complesse. È possibile ammirarle visitando fiere della tecnologia, mostre underground o raffinate galleria d’arte moderna.

Captando gli umori dei visitatori di questo tipo di iniziative, ho avuto più volte la sensazione che il pubblico, inizialmente incuriosito, uscisse piuttosto deluso a causa del fatto di trovarsi difronte a degli esercizi di stile, a sperimentazioni volte più a mostrare l’ultimo ritrovato della tecnica che a veicolare un qualche tipo di contenuto. Muoversi davanti ad una telecamera che dialogando con un computer genera dei suoni o, camminare su un pavimento con dei sensori grazie ai quali si creano delle immagini caleidoscopiche su un video, può anche essere divertente, ma, cosa resta di un’esperienza così congegnata? Come altri visitatori, ho avvertito spesso la sensazione di essere andato su una giostra, o ad ammirare una soluzione tecnica interessante, ma nulla più. Spero che questa interessante modalità performativa non rimanga vittima della solita eterogenesi dei fini per cui l’istallazione non è più un mezzo per veicolare un contenuto (qualunque esso sia) quanto il fine stesso da realizzare.

Messe al servizio di contenuti umanistici o scientifici importanti, queste tecnologie potrebbero dare un grande contributo allo sviluppo dell’immaginazione e della fantasia dei visitatori, soprattutto dei più giovani. Immaginiamo per un momento che l’operazione dei Fori, si possa replicare coinvolgendo altri monumenti del nostro Paese. Sarebbe un modo intelligente, nonché redditizio, di riportare in vita luoghi che, visitati nello stato attuale, rischiano più che altro di allontanare giovani e turisti, visto lo strato penoso in cui spesso versano. Come sarebbe il Colosseo (pur nel modesto stato attuale) se lo si impiegasse per realizzare delle istallazioni con proiezioni e musiche che facessero rivivere le antiche battaglie navali che si svolgevano al suo interno? E se, come accade in alcune città europee, i bambini potessero visitare una ricostruzione animata del sistema solare, perdendosi tra i pianeti illuminati? Certo, il tutto potrebbe anche risolversi in una americanata kitsch, ma questo, come dire, dipende sempre da chi le cose le pensa e le realizza.