“La posizione del governo italiano nel 2011 era di assoluta stabilità”. Su questo punto l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non ha dubbi. Nella deposizione resa a Trani nell’ambito del processo per manipolazione del mercato a carico di cinque dipendenti di Standard & Poor’s, l’economista di Sondrio ha smontato la teoria dell’esistenza di un rischio politico che avrebbe reso necessario il declassamento del rating dell’Italia. Al pm, Michele Ruggiero, che ha chiesto se ci fosse stato un tentativo di spallata al governo attraverso i giudizi negativi, Tremonti ha spiegato solo che “l’ipotesi di una paralisi politica era pari a zero. Basti pensare che i dati (del bilancio italiano, ndr) del 2013 sono assai peggiori di quelli del 2011”. E ancora: “Sarò provinciale, ma se Angela Merkel mi dice che per l’Italia va tutto bene, per me questo è più importante di qualsiasi outlook”. Ciononostante l’agenzia di rating statunitense decise di declassare l’Italia mettendo in difficoltà l’allora premier Silvio Berlusconi. “Quello (il 2011, ndr) era un periodo di grande turbolenza che non è nemmeno venuta meno con l’intervento salvifico del governo Monti – sostiene Tremonti – Lo spread, infatti, rimarrà alto fino al luglio 2012. Difficile dire cosa abbia prodotto quel downgrade” deciso da S&P’s.

Per il presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti, le cose invece sono chiare: nella deposizione al processo di Trani, l’ex senatore dell’Italia dei Valori sostiene che “il declassamento del rating dell’Italia fu deciso per far cadere il governo Berlusconi e far arrivare il governo Monti, non legittimamente eletto”. Per l’Adusbef e Federconsumatori, dalle cui denunce hanno preso spunto le indagini di Trani, ci fu una vera e propria volontà di destabilizzare politicamente l’Italia. Di qui gli esposti delle due associazioni, che si sono costituite parte civile nel processo finalizzato ad appurare se cinque dipendenti dell’agenzia di rating abbiano fornito “intenzionalmente” informazioni distorte sull’affidabilità creditizia del Paese in quattro report pubblicati fra il maggio 2011 e il gennaio 2012. Secondo la tesi dell’accusa, infatti, i report finirono col “disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne così il valore”.

Non solo. Nel processo sono anche state messe in discussione le capacità del personale dell’agenzia che bocciò i conti dell’Italia. Il colonnello della Guardia di Finanza, Adriano d’Elia, ha dichiarato che “Standard & Poor’s non ha personale adeguato a svolgere valutazioni sul debito sovrano”. A sostegno di questa tesi, d’Elia ha riferito di alcune intercettazioni telefoniche del 2011 in cui Maria Pierdicchi, amministratore delegato della filiale italiana dell’agenzia, si lamenta con il presidente di S&P’s, Deven Sharma, dell’assenza di personale in grado di svolgere valutazioni sul debito italiano. Un argomento assai delicato, che è stato contestato dalla difesa dell’agenzia. Per il colonnello delle Fiamme Gialle, che ha svolto le indagini sull’ipotesi di manipolazione di mercato, si tratta di un aspetto rilevante dal momento che i giudizi dell’agenzia “non possono essere equiparati a delle opinioni” perché “sono utilizzati come atti di indirizzo per la Bce che valuta le garanzie per la concessione dei prestiti”.

Sulla questione pero’ non sarà possibile ascoltare la posizione del governatore della banca centrale Mario Draghi: la procura ha rinunciato alla citazione del numero uno della Bce perché ha ritenuto sufficienti le dichiarazioni rese nell’interrogatorio del 24 gennaio scorso. Nella prossima udienza, in programma per il 19 novembre, la procura di Trani ha chiamato a testimoniare l’ex premier, Romano Prodi, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che all’epoca dei fatti era vicesegretario generale Ocse, e il presidente della Consob, Giuseppe Vegas. In caso di impedimento del ministro, sarà citata Maria Cannata, direttore del debito pubblico del Tesoro. Ma la strada per appurare l’ipotesi di reato a carico dei cinque dipendenti du S&P’s è ancora lunga. “Questo caso si basa su una interpretazione errata del nostro ruolo, che è quello di supportare la trasparenza e la liquidità dei mercati fornendo una opinione indipendente del merito di credito relativo, sulla base delle nostre metodologie pubbliche e trasparenti – ha precisato una nota dell’agenzia di rating – Ignora il sistema di regole europee delle agenzie, in cui l’integrità dei nostri processi è attentamente monitorata dall’autorità di controllo, Esma. Continuiamo a sostenere la validità delle nostre azioni di rating sull’Italia prima e durante la crisi dell’Eurozona, e continueremo a difendere le nostre persone da queste accuse completamente infondate”.