Standard & Poor’s colpisce, il governo risponde. Gira e rigira è sempre il solito copione, sceneggiatura collaudata nella letteratura contemporanea sulla crisi dei debiti. Un genere speciale, storicamente innovativo, figlio di una netta inversione di tendenza che ha generato, negli ultimi anni, un fenomeno a suo modo clamoroso: gli Stati, ci ripetono da tempo le agenzie di rating, sono diventati più rischiosi delle imprese private. In molti, oggi, faticano a sfuggire al declassamento. Da una Grecia ormai in coma fino agli Stati Uniti, la prima economia del mondo. A variare, di fatto, è solo il grado di sfiducia: enorme per Atene (ormai inchiodata a CCC e ad un passo dalla retrocessione in serie D), lieve per Washington (AA+), i due estremi dell’universo downgrade. L’Italia, ed è notizia di ieri, sta a livello A un gradino, o notch, più sotto rispetto al precedente giudizio (A+). Come dire che il Paese, e soprattutto chi lo governa, convince sempre meno.

In questo senso, gli analisti sono stati piuttosto eloquenti. ”A nostro avviso le prospettive economiche si stanno indebolendo – sottolinea il comunicato dell’agenzia – e ci attendiamo che la debole coalizione di governo e le differenze nel Parlamento continueranno a limitare la capacità dell’esecutivo di rispondere con decisione alle sfide macroeconomiche domestiche ed esterne”. Tradotto: il governo non è in grado di fare le riforme richieste facendo così ripartire un’economia cronicamente stagnante. Le prospettive di crescita, d’altra parte, continuano ad essere riviste al ribasso. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha ridotto le stime sull’incremento del Pil italiano per il 2011: +0,7% contro l’1% indicato nei mesi scorsi. Per il semestre giugno-dicembre, l’ipotesi avanzata da Bruxelles è quella di una crescita zero.

La risposta del governo non si è fatta attendere. Con una tempestività tutto sommato rara, Palazzo Chigi ha tenuto a precisare quanto segue. “Le valutazioni di Standard & Poor’s – recita la nota dell’esecutivo – sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche. Vale la pena di ricordare che l’Italia ha varato interventi che puntano al pareggio di bilancio nel 2013 e il governo sta predisponendo misure a favore della crescita, i cui frutti si vedranno nel breve-medio periodo”. Insomma, colpa della stampa, cioè nostra, se gli analisti non credono alla manovra italiana e alla sua efficacia. Una risposta che non sta in piedi e che, in quanto tale, sembra giustificare oltremodo la crescente sfiducia degli osservatori. Abituati alle critiche, certo, ma non alle difese disperate. A cui stamattina Standard & Poor’s ha replicato: ”I rating sovrani di S&P’s sono valutazioni apolitiche e prospettiche del rischio di credito fornite agli investitori”.

Intendiamoci, le agenzie di rating sono giustamente sotto tiro. Negli Usa sono finite nel mirino della Sec con l’accusa di aver sopravvalutato i titoli tossici messi in circolo dalle banche, in Italia hanno generato sospetti in merito all’ipotesi di operazioni speculative (ad agosto la Guardia di Finanza di Bari ha perquisito gli uffici di S&P e Moody’s, mentre la procura di Roma e la Consob sono tuttora al lavoro). Per il momento non ci sono condanne, ma è chiaro che il persistente problema dei conflitti di interesse (le agenzie sono retribuite dalle stesse società che richiedono una valutazione dei propri titoli, regola che però non vale per gli Stati sovrani) non può più essere ignorato. Nonostante questo, tuttavia, si impongono almeno un paio di considerazioni. Primo, le agenzie di rating, disgraziatamente, finiscono spesso per avere ragione anche quando hanno torto, nel senso che il mercato tende a seguirne con una certa convinzione i giudizi che queste esprimono. Ne consegue che le loro valutazioni non possono comunque essere ignorate, al pari del peso che esse hanno sui mercati. Secondo, alle affermazioni degli analisti si risponde tipicamente (vedi gli Usa) con i fatti e le cifre. E di tutto questo nel comunicato del governo non c’è traccia.

In sintesi: a Standard & Poor’s (così come a Moody’s, che ci ha concesso ancora per un mese il beneficio del dubbio) non importa nulla delle qualità morali e civili del primo ministro italiano. Per gli analisti conta solo l’efficacia della politica economica. Un’efficacia misurata dalle cifre che, come si diceva, lungi dal segnalare ripresa, evidenziano solo stagnazione. L’unico aspetto positivo, per il momento, è che i mercati sembrano aver metabolizzato in anticipo i giudizi. “il declassamento è già nei prezzi con un giudizio pesante sulla situazione italiana che non sorprende più di tanto” afferma oggi un trader citato dalla Reuters. Un ragionamento già espresso nei giorni scorsi da chi, a cominciare da Il Sole 24 Ore, individuava in un mercato fortemente ribassato la percezione anticipata di ciò che le agenzie avrebbero certificato di lì a poco. Alle 11:16, l’indice Ftse Mib di Piazza Affari segnava un +0,44%, in controtendenza rispetto all’apertura negativa. Lo spread Btp/Bund si attestava a quell’ora a quota 388 punti base contro i 400 sfiorati all’avvio degli scambi.