Sarebbe troppo facile cavarsela così, in fondo con gli stessi toni di un Salvini o di un Orban: perché resta nell’Unione Europea quest’Ungheria tenebrosa che ricorda regimi totalitari, comandata a bacchetta dal premier demagogo Viktor Orban, il quale sta scardinando l’Ue col pretesto dei flussi “insostenibili” di profughi? Qualche ragione per inquietarsi c’è, e non è politicamente astuto far finta di nulla, sperando in tempi migliori. Giacché l’Ungheria sta facendo quel che la crisi balcanica o quella greca non è riuscita a fare: mettere in ginocchio Bruxelles, dimostrarne il fallimento di “supergoverno” del nostro continente. Invece Bruxelles si è dimostrata inane. Succube delle capitali più forti. Summit straordinari inutili. Incontri tra premier in cui non si raggiunge alcun accordo. La Commissione europea si è denudata. Dolorosamente incapace di reagire in modo unitario e in tempi brevissimi, come richiesti da questa emergenza.

Gestire poche centinaia di migliaia di migranti non dovrebbe essere un’impresa tecnicamente impossibile: basta volerlo. Come in passato è avvenuto. La nostra memoria corta ci impedisce di ricordare che alla fine degli anni Quaranta e per metà degli anni Cinquanta l’Italia vide l’esodo di milioni (ripeto: milioni) di suoi cittadini verso Belgio e Germania, quando ancora la comunità europea non era nata. Migranti economici, quelli che fanno più paura a Orban (e a tanti altri). La Germania ha accolto milioni di italiani, spagnoli, portoghesi, turchi, in misura minore è stato lo stesso per Francia e Gran Bretagna.

Non sono dunque i numeri la vera questione, né i quattrini necessari per foraggiare i migranti, che si trovano. Soldi che vengono spesi da chi li riceve, quindi non persi: entrano nel circolo dei piccoli consumi. Un esempio? Mettiamo che in Germania restino 800mila nuovi “ospiti”, come annunciato da Angela Merkel. Ad ognuno, lo stato tedesco destina 25 Euro, in totale 20 milioni quotidiani (7,3 miliardi l’anno). Soldi che dovrebbero coprire le piccole spese correnti: chi ne beneficia? Il mercato tedesco. Sempre che non intervengano, come è successo da noi, i soliti furbetti. Quelli che gridano contro i migranti e poi li sfruttano e derubano impietosamente. Quelli che minacciano gli albergatori se aprono le loro porte ai profughi, perché vorrebbero gestire loro il business. Già: il business dei rifugiati.

Guarda caso, a proposito di soldi. Giovedì 17 settembre Orban ha parlato alla radio nazionale. Giustificando i reticolati di filo spinato: la sua intransigenza nei confronti dei migranti non è dettata da egoismo e xenofobia, sostiene, ma dal fatto che l’Ungheria “non può contare sull’aiuto da sud, tantomeno dalla Serbia e dalla Croazia e nemmeno dall’Europa occidentale”. Sottinteso: se arrivassero i fondi, allora potremmo ridiscutere… Insomma, bussa cassa. Quanto alle implicazioni ideologiche, ha aggiunto il primo ministro ungherese, “ho deciso di erigere una barriera anche alla frontiera con la Croazia”. (Che è – un dovere sottolinearlo – la prima nell’Eu, visto che la Croazia ne fa parte). La colpa non è nostra, è stato il succo dell’intervento radiofonico di Orban, ma del liberalismo suicida sostenuto dai media internazionali e appoggiato da alcuni politici europei, un liberalismo “che minaccia il nostro modo di vita”. Chi pensa invece che l’utilizzo del filo spinato per innalzare muri alle frontiere minacci il nostro europeo modo di vita è la Mutanox, l’azienda leader che lo fabbrica. Gli ungheresi hanno chiesto di venderglielo, l’azienda ha detto di no con grande dignità: “Questo filo è stato progettato contro criminali. Bambini e adulti che scappano non sono criminali”.

Possiamo tollerare all’interno delle nostre frontiere – aperte, non reticolate come lager – un Paese la cui politica ha ormai assunto una decisa ed inaccettabile deriva xenofoba e le cui azioni sono indegne dell’Europa unita? Sempre più spesso sentiamo questa domanda, che è spia di un’angoscia collettiva: che ci sta succedendo? I muri tradiscono i valori della democrazia. I padri fondatori dell’Unione europea si rivolteranno nelle loro tombe ad ascoltare uno come Orban (e i suoi emuli) concionare nell’aula che ascoltò Altiero Spinelli, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Joseph Bech, Walter Hallstein, Jean Monnet, Sicco Mansholt, Winston Churchill… Solo un’Europa unita poteva garantire la pace, debellando i germi del nazionalismo e i rigurgiti di bellicismo. E adesso, ecco il virus ungherese dello scisma. Non sarebbe il caso di metterla in quarantena, “la malata ungherese”, in attesa di vedere se l’infezione guarisce? Ahi! Sarebbe trasformare Orban in martire. In vittima del “complotto delle banche europee”, le stesse che volevano la testa di Tsipras e della Grecia…

Certo, oggi si sente sempre di più dire che forse è stato un errore, dopo la caduta del Muro di Berlino, allargare velocemente ad Est i confini dell’Ue, in nome di un sogno, quello di costruire una casa comune che superasse gli steccati dei nazionalismi e della diffidenza, dove regnassero i principii della libertà e della tolleranza, dell’accoglienza e della solidarietà, della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Ad ascoltare le Cassandre, infatti, mai come adesso l’Ue è stata così male e “così tedesca” (Arnaud Leparmentier, ex corrispondente di Le Monde dalla Germania ed ex capo della redazione di Bruxelles, attuale condirettore aggiunto delle redazioni). Secondo Leparmentier, tre pilastri dell’Ue stanno vacillando, anzi, stanno sgretolandosi: l’Euro, la cui crisi può essere rilanciata dal voto greco di domenica 20 settembre; la libertà di circolazione (Schengen), rimessa in questione dai flussi migratori; la socialdemocrazia, sempre più strapazzata dalle randellate dei populisti di sinistra (Corbyn, Varoufakis tra i più noti).

Però, la crisi dell’Euro e le ingerenze di inedita intensità nelle politiche interne di alcuni Paesi (età pensionabile, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro) hanno contribuito a far nascere una sorta di spazio politico europeo, mentre lo spazio fisico di libera circolazione è andato progressivamente in tilt, quando la politica europea ha preteso di scaricare sulle spalle di alcuni Paesi (Malta, Spagna, Italia, Grecia, Ungheria) il fardello dei controlli migratori. L’Europa economica e migratoria si era costruita sulle spalle dei Paesi periferici. Oggi, la realtà sta imponendo un salutare riequilibrio. In questo gioco ribaltato, Orban ha interpretato – ad uso interno – il ruolo di guastatore. Finto. Come dimostra ciò che ha detto alla radio.

La questione migratoria è pane per i voraci e assai poco scrupolosi denti populisti, e le opzioni Orban sono state demonizzate: “La difesa delle frontiere con la violenza nei confronti di gente disperata, in fuga dalla guerra e dal terrorismo, non è compatibile coi valori della nostra società” (l’ha detto mercoledì 16 settembre il commissario Ue all’immigrazione, Dimitris Avramopoulos). L’Ungheria ha tutto l’interesse (economico: prestiti, finanziamenti, progetti Eu) a restare nell’Unione. Sta alzando il prezzo. E quindi scatena antichi e nuovi démoni, in nome di una pretesa difesa “dell’Europa bianca e cristiana”. Di quale cristianesimo? Quello “evangelico” di papa Francesco, per il quale il povero e il profugo sono “fratelli” da accogliere e assistere? Quello “resistente” di Angela Merkel, figlia di un pastore luterano che “migrò” nella Ddr?

No. Orban è semmai vicino ad un cristianesimo “politico”, tanto per intenderci, alla Putin: un cristianesimo meno coinvolto dalle problematiche sociali rispetto a quelle di ordine morale, basato su una ortodossia conservatrice. Strano percorso, quello di Orban: un calvinista che si è riavvicinato al Vaticano di papa Benedetto XVI e che in una recente intervista alla Bild Zeitung, ha citato le parole di Martin Lutero, pronunciate a Worms nel 1520, quando sfidò l’autorità del Papa: “Eccomi, non posso agire altrimenti”. L’annuncio dello scisma.