Roma, quartiere Romanina, nel regno di Casamonica c’è un ‘monumento’ che racconta la sconfitta dello Stato. È una mega villa appartenuta ad un componente della famiglia, confiscata e lasciata in stato di totale abbandono anziché essere recuperata e restituita alla collettività. Siamo entrati in quell’immobile di lusso: laddove c’erano stucchi, marmi, scale angolari, vasche da bagno, location da Gomorra. Un tesoro un tempo intatto, poi depredato.

Lì dove potrebbe sorgere una caserma, un commissariato, una facoltà universitaria, un asilo o una sede di un’associazione c’è solo il silenzio. Le istituzioni hanno deciso di abdicare al proprio ruolo, mostrando agli abitanti del quartiere il segno dell’impotenza nel regno dei Casamonica. Anche perché a pochi passi dalla villa abbandonata c’è un’altra dimora, quella di Antonio Casamonica, il figlio di Vittorio, ai domiciliari per usura. Ha partecipato ai funerali faraonici del padre, grazie a un permesso speciale. Del resto, in piazza Don Bosco, a dare un ultimo saluto al grande vecchio c’era la famiglia al completo, compresa la figlia Vera, la donna che davanti a Bruno Vespa ha ricordato così il genitore scomparso: “Per noi lui era un re. Lui era un papà buono, assomigliava al Papa buono, che era Wojtyla”.

Ma chi era davvero Vittorio Casamonica? Per la Direzione distrettuale antimafia di Roma – che nel 2004 ne chiede la sorveglianza speciale e il sequestro preventivo dei beni – zio Vittorio è “un soggetto che pratica, senza soluzione di continuità, l’estorsione, l’usura, la ricettazione, il traffico di sostanze stupefacenti ed il riciclaggio di autoveicoli acquisiti, per lo più, mediante truffe a terze persone e/o con violazione delle norme sull’Iva”. Dalle carte che il Fatto ha avuto modo di visionare, viene fuori il profilo di un capo non solo temuto e ma con ottime relazioni nel mondo della malavita romana. “Risulta in strettissimo contatto con elementi di spiccatissimo spessore criminale quali Enrico Nicoletti“. Dunque, tra i rapporti di Vittorio anche “il Secco” di Romanzo Criminale, soggetto comunemente ritenuto il “cassiere” della banda dalla Magliana. Niente male come entrature nel mondo di mezzo, visto che, secondo la ricostruzione dell’accusa e della direzione investigativa antimafia “questo stato di cose ha facilitato” la famiglia Casamonica «nell’incessante opera di accumulazione di un ingente patrimonio frutto delle attività criminali”.

Secondo la fotografia scattata nel 2004, Vittorio Casamonica è formalmente un nullatenente, come tutti i componenti della famiglia, del resto. Zero redditi dichiarati che fanno a pugni con un regno fatto di «ville, appartamenti, terreni di rilevante valore commerciale», per non parlare di «un parco autovetture di lusso, una nutrita scuderia di cavalli da corsa e innumerevoli rapporti bancari». Sulla provenienza illecita di questo tesoro la Dda è categorica parlando dell’esistenza «di una vera e propria holding del crimine che, avvalendosi degli strumenti tipici delle organizzazioni malavitose, ha imperversato per decenni sul territorio della Capitale, seminando paura e insicurezza ed accumulando indebite ricchezze».Per la Procura, dunque, ci sono tutte le condizioni per chiedere il sequestro di un’infinità di beni, tra cui compaiono – oltre a un gran numero di immobili intestati a prestanome – Ferrari, Mercedes, Rolls Royce, conti correnti e società.

Non la pensa allo stesso modo il Tribunale, Sezione misure di prevenzione, che, partendo dall’archiviazione del procedimento per associazione mafiosa a carico del soggetto e di assoluzione per il reato di usura, nel 2005 rigetta la proposta della Dda con questa motivazione: “Non si ritiene formulabile a carico del proposto un giudizio di pericolosità attuale, idoneo a giustificare attualmente l’applicazione della misura richiesta”. Tradotto: niente sorveglianza speciale e revoca dei decreti di sequestro a carico di Vittorio Casamonica. Non ci sono gli elementi sufficienti per la confisca, tutto restituito. Del resto, anche quando i sequestri vanno a buon fine, come nel caso della villa alla Romanina, non è detto che vengano restituiti alla collettività. Anzi restano, nel regno dei Casamonica, il simbolo della resa dello stato.

di Nello Trocchia e Rocco Vazzana