C’è chi ha perso il lavoro e si è ritrovato dalla sera alla mattina in mezzo alla strada con figli e moglie a carico. C’è chi, invece, si è visto sfrattato alla scadenza del contratto di locazione dal proprio appartamento che occupava legittimamente da mezzo secolo. Non è finita. Ci sono poi loro: i poveri, i disagiati, gli emarginati che dimoravano presso un ente assistenziale e sono stati spediti come pacchi postali un po’ in giro. E’ una brutta storia questa, una storia che poteva avere un finale diverso se solo dai piani alti dell’Arcidiocesi di Napoli qualcuno interveniva con convinzione e carità cristiana.

Se San Gennaro “Faccia n’gialluta” non dice mai no, il cardinale Crescenzio Sepe, invece…Ecco i fatti. Il marchese Leopoldo Dentale, aristocratico e facoltoso partenopeo aveva le idee chiare. In vita e con il consenso della sua consorte, la nobildonna Teresa Tedeschi, dettò sul finire dell’Ottocento un testamento in favore di poveri, indigenti ed emarginati di Napoli e comuni limitrofi. Nasce la casa di cura denominata “Nosocomio Dentale” – Ente morale – istituito presso il palazzo di proprietà del nobile al corso Roma, 25 a San Giorgio a Cremano alle porte di Napoli. La struttura per statuto si occuperà dell’accudimento degli ultimi tra ultimi sostenendosi economicamente con i contributi incassati dalle rendite del patrimonio Dentale. Una fortuna che comprende appartamenti dati in fitto a Napoli e in provincia, terreni, palazzi e altri immobili di pregio come le ville. Nel documento dettato dall’aristocratico e depositato ad inizio Novecento presso il notaio Alfonso De Lucia c’è anche un preciso regolamento per il funzionamento del nosocomio e perfino la precisa quantificazione degli importi da convogliare in sostegno della struttura. Il marchese Leopoldo Dentale non lascia nulla al caso. Destina una cifra perfino per la celebrazione, in due chiese diverse, delle messe quotidiane quando sarà trapassato. Il vero punto però è un altro: il nobile affida all’arcivescovo pro tempore di Napoli l’onere di nominare il consiglio di amministrazione del “Nosocomio Dentale” e soprattutto lascia in eredità la proprietà della metà di tutti i suoi beni immobili con l’usufrutto fino alla morte della sua consorte. Il capo della chiesa di Napoli – vista l’assenza di eredi diretti della coppia e nel rispetto delle volontà testamentaria – prende possesso in eredità di tutti i beni del marchese Dentale. L’unico obbligo a cui deve attenersi l’Arcidiocesi partenopea è il rigoroso rispetto della volontà dell’aristocratico ossia aiutare, curare e assistere i poveri attraverso il “Nosocomio Dentale”.

atto notarile 8

La struttura di corso Roma -in effetti- per decenni, ha ospitato persone in stato di grave disagio assistendoli con infermieri, medici e operatori sociali. Progressivamente l’istituzione – tra l’altro accreditata presso la Regione Campania – comincia ad accumulare debiti. L’allora cardinale Michele Giordano – siamo nel 2003 nomina un nuovo consiglio d’amministrazione che si rimbocca le maniche e inizia un lavoro di svecchiamento. Annunci, proclami e tanti progetti. “Vogliamo trasformare questa struttura in un centro di eccellenza non solo per l’ospitalità e l’assistenza degli anziani ma anche per la ricerca e la formazione”. Comincia una ristrutturazione con il rinnovo dei reparti, del refettorio, delle camere e dei bagni. Congiuntamente c’è il cambio di denominazione, da Nosocomio si passa a Casa-Albergo: ma ciò significa lasciare fuori gli ammalati indigenti. Non è un particolare trascurabile. La retta per gli ospiti lievita. Anche il personale è ridotto: licenziati sei dipendenti perché in esubero rispetto ai pazienti. E’ un crescendo. A Largo Donnaregina c’è il passaggio di testimone: si insedia il nuovo arcivescovo Crescenzio Sepe. Siamo nel 2006. La situazione non migliora. Anzi precipita.

Le entrate diminuiscono. La rendita dalle proprietà Dentale non è sufficienti a coprire i costi. Praticamente la Casa-Albergo si mantiene per lo più con donazioni di associazioni come quella di S. Egidio, Cittadinanza Attiva e Croce Rossa, contributi del Comune di Napoli e di San Giorgio a Cremano (anche se i pagamenti non sono puntuali). I dipendenti sono allo stremo. Accade che per molti mesi siano pagati solo con acconti. L’epilogo è vicino. I Nas rilevano che una parte delle persone ricoverate nella casa di riposo non avrebbero dovuto essere ospitate. Non sono autosufficienti. Scatta il sequestro. Si corre ai ripari e si cerca di fare cassa. La Curia non trova meglio da fare che chiedere attraverso la stessa “Fondazione Dentale” lo sfratto di 16 famiglie in scadenza di contratto. Inquilini che abitano in un palazzo nel cuore del centro storico di Napoli di proprietà appunto di Dentale. Ormai il destino è segnato. La Casa-Albergo “Dentale” è lasciata al suo triste e inesorabile destino.

Presto chiude i battenti. C’è ufficialmente l’estinzione della Fondazione e la cessazione delle attività. I dipendenti non ci stanno e continuano a lavorare gratis e assistere i pochi anziani rimasti. Chiedono incontri, colloqui, appuntamenti con il cardinale Sepe ma alle rassicurazioni in stile “‘A maronna t’accumpagna” non seguono atti concreti. In parole povere la chiesa di Napoli non attua alcuna iniziativa per tutelare i poveri degenti, salvare la struttura ed i posti di lavoro. La volontà testamentaria dei Dentale non è per niente rispettata. Sepe nominato il nuovo consiglio di amministrazione. Passaggio formale e di prassi. C’è l’alzata della bandiera bianca: la Fondazione è messa in liquidazione. Anziani impacchettati e trasferiti, personale licenziato e senza alcun ammortizzatore sociale. Alle giuste e sacrosante rivendicazioni degli ex dipendenti nessuno dà ascolto. La Curia partenopea sembra aver chiuso la pratica. Il cardinale Sepe è indisponibile perfino a trattare con potenziali privati interessati alla gestione della Casa-Albergo. Ora il fascicolo è nelle mani di un commissario liquidatore.

C’è però un ma. Qualora non si sia potuto o voluto perseguire lo scopo della Fondazione, cioè il ricovero e l’assistenza degli infermi e dei poveri attraverso la struttura di San Giorgio a Cremano – come prescriveva chiaramente il testamento del marchese Dentale – a che titolo la Curia di Napoli intascherà parte degli introiti attivi a netto della parte debitoria derivante dalla vendita del patrimonio dei nobili? A questo punto – rileggendo il testamento e venuti meno i capisaldi delle disposizioni della buonanima – la donazione all’Arcidiocesi di Napoli dovrebbe decadere. Mah! Resta solo San Gennaro e i suoi miracoli!