il gringo vecchio - Carlos FuentesLui stesso era adesso un fuggiasco volontario, tanto fuggiasco quanto gli antichi sopravvissuti agli assalti di Concho e di Apache convertiti al nomadismo crudele della necessità, dell’infermità, dell’ingiustizia e del disinganno: tutto questo scrisse nella sua testa il gringo vecchio passando la frontiera fra il Messico e gli Stati Uniti. A ragione tutti si stancarono di tanto fuggire e restarono avvolti nelle spine delle haciendas per più di cent’anni. Ma per caso lui si portava dietro un’altra paura e lo disse passando la frontiera: “Temo che la vera frontiera ognuno se la porti dentro di sé”.”

Ambrose Bierce, uno tra i più grandi scrittori statunitensi di racconti brevi del diciannovesimo secolo, poco letto in Italia, ma considerato un maestro di stile dagli autori suoi conterranei, ormai vecchio, in compagnia del terribile lutto dei figli morti, con gli incubi della Guerra di Secessione a fiatargli sul collo, disilluso dal mondo del giornalismo e dalla società californiana in cui aveva cercato un ultimo rifugio, decide di partire per il Messico della Rivoluzione per unirsi alle truppe di Pancho Villa e morire da eroe, possibilmente in battaglia, piuttosto che in un ospizio o in qualche camera ammobiliata sul Pacifico. Siamo nel 1913, Bierce si ferma a El Paso, poi passa il Rio Grande e di lui non si saprà più nulla.

Ci ha pensato Carlos Fuentes, in uno straordinario romanzo, Il gringo vecchio (pubblicato in Italia da Il Saggiatore e tradotto da Claudio M. Valentinetti), a raccontarci, tra realtà e illusione, cosa gli sia successo una volta attraversata la frontiera sul dorso di una cavalla bianca. Chiunque abbia avuto la possibilità di leggere Bierce può immaginarlo solo come è stato tratteggiato da Fuentes, grottesco, cinico, un dandy da selvaggio West con una predisposizione inconscia per il sudiciume.

Il gringo vecchio è, probabilmente, uno dei migliori lavori del grande scrittore messicano. Una storia iniziata su un treno fra Chihuahua e Zacatecas nel 1964 e ultimato vent’anni dopo, nel 1984, a Tepoztlán. Vi si legge degli incontri avuti da Bierce con il generale di Villa Tomás Arroyo, vendicativo nei confronti dei grandi latifondisti che lo hanno fatto crescere in una quotidianità di miseria, con la maestra Harriet Winslow, incapace di capire una cultura diversa da quella statunitense, con un Pancho Villa risoluto, spietato e al contempo umano e con una serie di altri personaggi indimenticabili che rendono questo romanzo unico nel tentativo di raccontare un periodo storico così complesso come quello vissuto dalla popolazione messicana durante i primi anni della Rivoluzione.

C’è tutta l’amarezza di Ambrose Bierce nelle pagine di Carlos Fuentes: “Adesso apra bene gli occhi, Miss Harriet, e si ricordi che abbiamo ucciso i nostri pellerossa e che non abbiamo mai avuto il coraggio di fornicare con le donne indie e di avere perlomeno una nazione di sanguemisti. Siamo avvolti in questa cosa di ammazzare eternamente la gente di un altro colore di pelle. Il Messico è la prova di quello che siamo potuti essere, e così tenga ben aperti gli occhi.

Viene narrata tutta la difficoltà di due culture di ritrovarsi su un piano comune, ci sono malinconie e sogni e parole bellissime per chi ha donato la vita per una causa, poco importa quale, purché ci siano un martirio e una lotta, anche solo interiore, alla base della sconfitta inevitabile. C’è l’impossibilità di tornare indietro, la rassegnazione di guardarsi le spalle con la vista ofuscata dei ricordi. Il simbolismo visionario, marchio di fabbrica di Carlos Fuentes, in questo romanzo è orchestrato in maniera eccelsa e fa de Il gringo vecchio un libro indimenticabile.

Anche se esistesse ancora, niente tornerebbe a essere uguale: la gente invecchia, le cose si rompono, i sentimenti cambiano. Non puoi mai tornare a casa, anche se è lo stesso luogo con la stessa gente, se per caso tutti e due sono rimasti, non gli stessi, ma sono semplicemente lì, nella loro essenza (…) La casa è una memoria. L’unica vera memoria: perché la memoria è la nostra casa, e così si trasforma nell’unico desiderio vero dei nostri cuori; la ricerca ardente dei nostri piccoli e insicuri paradisi, sepolti molto dentro ai nostri cuori, impermeabili alla povertà o alla prosperità, alla bontà o alla crudeltà.