Da anni circola la tesi secondo cui i fondi pensione negoziali (o chiusi) sarebbero l’ideale per la previdenza integrativa. Si tratta di quelli derivanti da un accordo fra sindacati e associazioni padronali: Cometa, Fonchim, Priamo, Fonte ecc. Essi sarebbero i soli costituiti e gestiti senza fine di lucro, nel solo interesse dei lavoratori. Ciò è del tutto falso, sono i più rischiosi.

Al riguardo merita commentare una specie di grosso spot a loro favore, pubblicato dal Corriere della Sera del 3-9-2015 a firma Mauro Marè e Michele Tronconi. Costoro sono due soggetti a contratto l’uno di una società per promuovere la previdenza integrativa (Mefop) e l’altro dell’associazione stessa dei fondi negoziali. Eh già, c’è chi deve pagare gli spazi per la pubblicità, mentre altri la ottengono gratis. A parte ciò, l’intervento è una sequela di affermazioni tendenziose, infondate o reticenti al fine di sostenere appunto che tali fondi sono il non-plus-ultra per la previdenza integrativa.

È vero il contrario. I fondi negoziali sono il prodotto di un obbrobrio normativo, codificato dall’orribile legge di riforma del Tfr (d.lgs. n. 252/2005), che resta uno dei peggiori provvedimenti bipartisan dello scorso decennio, emanata da Tremonti e Maroni e aggravata dal governo Prodi. Stabilisce infatti (art. 5) che i loro consiglieri, presidenti e vicepresidenti, organi di controlli ecc. siano spartiti metà-metà fra rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori. Cosa assurda, anzi perversa. Perché mai i datori di lavoro dovrebbero avere voce in capitolo sul risparmio previdenziale dei lavoratori? La frottola sempre da economisti di regime e sindacalisti complici è che tale diritto gli spetta, perché versano il cosiddetto contributo datoriale nel fondo (e in futuro potrebbero smettere di farlo, cosa regolarmente taciuta).

Ma questa è una baggianata, perché allora avrebbero titolo anche per sindacare come i loro dipendenti spendono lo stipendio, visto che glielo versano loro sul conto corrente.
In realtà il fine dei fondi negoziali è innanzitutto realizzare una mangeria. Sono uno strumento di concertazione fra sindacati (Cgil, Cisl, Uil ecc.) e associazioni padronali (Confcommercio, Federmeccanica, Federchimica ecc.) per spartirsi un po’ di poltrone e relative prebende.

Ma c’è anche di peggio: metà di coloro che decidono direttamente o indirettamente gli investimenti rappresentano gli imprenditori. Così in futuro all’occorrenza potranno indirizzare fino al 30% dei quattrini dei lavoratori (art. 6, comma 13/b) all’acquisto di azioni e/o obbligazioni delle loro aziende, magari decotte.
Tutti i prodotti cosiddetti previdenziali (fondi, piani individuali e polizze) sono da evitare e per fortuna la maggior parte degli italiani li evita (vedi per approfondimenti). Ma di per sé i fondi negoziali hanno alcune storture in più.

Versione aggiornata dell’articolo apparso su il Fatto Quotidiano il 7 settembre 2015