medici

Nel post precedente (9 settembre) tra le anti-economie in sanità ho annoverato i medici di Medicina generale dando luogo ad alcune obiezioni (immagino da parte degli interessati) che prendo come spunto per non lasciar cadere l’argomento.

La “medicina convenzionata” si pone oggi come una questione di anti-economicità non perché i medici che la esercitano siano in quanto tali uno spreco ma perché essa è ferma da troppi anni ad un vecchio modello di assistenza che oggettivamente contrasta con i problemi del sistema sanitario. Nel post sostengo che essa è come un “enclave” per indicare la sua autarchia rispetto al resto del sistema sanitario (salvo naturalmente le eccezioni). E’ essere “enclave” a produrre anti-economicità nel senso che si hanno meno benefici di quelli che servirebbero e molti costi inutili che si potrebbero evitare.

Non tutti ma molti dei medici di famiglia:
– in particolare nei giorni festivi non rispondono alle chiamate costringendo i malati ad andare nei pronto soccorso;
– non sono integrati con i distretti e con gli ospedali cioè sono un sistema a parte;
– spesso prescrivono in eccesso farmaci e analisi strumentali;
– ricoverano in modo improprio e delegano spesso il loro malato allo specialista;
– davanti alle nuove complessità sono poco aggiornati;
– in molti casi si sono dimostrati sensibili alle pressioni delle case farmaceutiche ecc.;
nonostante si proclamino dei liberi professionisti, lo Stato per obbligarli a informatizzare i loro studi è stato costretto a pagare loro i computer.

La loro forza è il loro rapporto con i cittadini che la politica ha sempre tentato di arruffianarsi per avere voti e solo da qualche anno, alle strette con i limiti economici, sta tentando di puntare i piedi chiedendo altre contropartite ma con scarsi risultati. Non c’è stato governo che nel suo programma non abbia dichiarato la questione delle cure primarie, prioritaria ma nessuno sino ad ora ha saputo affrontarla come meriterebbe.

Oltre ai diversi medici chiacchierati ve ne sono di seri, con interessanti esperienze di integrazione e di medicina di gruppo, che collaborano con i distretti e in certi casi con le case della salute, che spesso ricorrono oltreché alla medicina scientifica alle medicine non convenzionali. Ma la famosa media non è esaltante. Naturalmente non è una categoria senza problemi. Proprio perché questi medici sono considerati i “gatekeeper” del sistema e della spesa negli ultimi decenni sono stati la controparte di ogni sorta di misura restrittiva che rischia di minarne l’autonomia. Ma anche con le eccezioni la questione dell’anti-economicità resta tutta.

In questi anni ho avanzato diverse proposte:
– non è più possibile retribuire i medici a quota capitaria cioè indipendentemente da quello che fanno essi vanno retribuiti e bene ma sulla base anche dei risultati che conseguono clinici organizzativi e funzionali e economici;
– la convenzione cioè quel particolare contratto che questi medici fanno con lo Stato garantisce loro i vantaggi della libera professione e le garanzie del pubblico impiego, si decidano o sono liberi professionisti o pubblici dipendenti;
– se si decidono a fare i liberi professionisti però sarei per ridefinire la loro figura come autori (shareholder) e retribuirli esattamente come meritano (autonomia in cambio di responsabilità integrati nel sistema accettando di farsi verificare su ciò che fanno).

Molte persone non hanno mai visto il loro medico curante pur tuttavia questo ultimo prende per ogni paziente teoricamente assegnato una precisa quota capitaria.

Sono tre anni che le Regioni ormai alle prese con la scarsità dei finanziamenti stanno tentando di convincere i medici di Medicina generale a rinunciare al loro enclave. I medici hanno risposto con la loro solita alzata di scudi, mobilitandosi e minacciando scioperi e sfaceli. In questo momento tutto è fermo e il rinnovo della convenzione si mostra più complesso del previsto.

A chiacchiere i loro dirigenti si dichiarano disponibili a qualsiasi rivoluzione… ma a chiacchiere. L’unica cosa chiara che hanno proposto, nel loro ultimo Congresso nazionale (70° congresso Fimmg, 6/11 ottobre 2014) al fine di salvaguardare i loro privilegi è stata quella di ridurre i diritti dei malati (universalismo selettivo) dichiarandosi disponibili alla parziale privatizzazione della sanità cioè alle assicurazioni e alle mutue.

Se vogliamo combattere gli sprechi, tra le cose prioritarie da fare, è la riforma della medicina di base ma non si tratta di sottoporre semplicemente i medici a delle restrizioni ma fare in modo di qualificare la loro autonomia per fare di essi il principale autore di salute pubblica, dando in cambio una retribuzione che includa tra i suoi obiettivi la riduzione dell’anti-economicità. Ma i medici rispondono picche e le loro proposte stringi stringi puntano a difendere il loro vecchio status quo. Oggi l’orientamento del governo è quello che ho riassunto con l’espressione “medicina amministrata” cioè obbligare i medici di famiglia a rispettare regole, vincoli, limitazioni quindi farne degli ossimori cioè dei liberi professionisti senza autonomia fino a multarli con restrizioni pecuniarie, dimostrando così di non avere alcuna fiducia nella capacità di cambiamento di questa categoria. La medicina amministrata è una follia. Essa colpisce i malati perché è una standardizzazione dei loro bisogni e come si sa gli standard in medicina sono quanto di più inadeguato a governare la complessità delle patologie. La medicina amministrata mina alle basi la fiducia nel medico trasformandolo in un dispenser e riduce il medico a trivial machine cioè ad una lavatrice obbediente che esegue programmi predefiniti.

A questo punto molto meglio è chiudere gli studi medici e mettere dei computer nelle strade.