In una recente apparizione televisiva il leader della Lega Matteo Salvini ha dato del verme a Matteo Renzi, accusandolo di avere abusato della fotografia del piccolo Aylan Kurdi (cosa fatta da molti).

Essendo di Vivere con Lentezza (ma non sarebbe necessario) prediligo forme di confronto senza insulti e di un tenore più educato (anche se Renzi ha sottolineato in occasione di un pepato articolo di Ferruccio de Bortoli, su il Corriere della Sera, che lo definiva un maleducato di successo, oltre che massone, di optare per la maleducazione). Inoltre in base all’esperienza del mio vecchio lavoro di pubbliche relazioni, non avrei mai consigliato a Matteo S. di usare quel termine, mentre sono d’accordo sui suoi spiazzanti “Uh signur”, naturali e diretti, in particolare in risposta a eccessi di politicamente corretto.

Verme per una persona è un’offesa, un insulto, non una volgarità, come spesso si sente in televisione, in particolare quanto è presente Vittorio Sgarbi, che per un po’ è approdato, fra tante parolacce al debolissimo “capra” termine che non crea certo la stessa empatia con il pubblico dei suoi consueti insulti.

Nello specifico, usare un insulto, forte anche se non volgare, per una persona che mira a confrontarsi con un’altra è segno di debolezza, una provocazione che mira a spingere l’altro a prenderti in considerazione, reagendo (cosa che Matteo R. da politico navigato non mi sembra abbia fatto).

Quello di scegliersi degli avversari più grandi è un sistema per cercare di arrivare alla loro levatura, Matteo S. infatti, esagerando, se la prende spesso con Francesco, che essendo di un’altra scuola ogni tanto risponde indirettamente alle sue provocazioni, trattandosi di temi, come le migrazioni, che non può trascurare.

In questo modo invece è parsa come una di quelle scene in cui in un diverbio uno urla “trattenetemi se no lo ammazzo” e non succede niente, esattamente il contrario del bossiano “chi vusa pusè la vaca l’è sua – chi grida di più si prende la vacca” poiché a gridare bisogna essere almeno in due, e S. è rimasto solo.

Forse un momento di stanchezza per le troppe presenze mattutine e serali in tivù o invece, come temo, un normale vuoto di idee.