Campo Boario era poco più di una periferia. Case basse cresciute tra il centro di Latina e la stazione ferroviaria, accanto ad uno dei canali della bonifica mussoliniana, chiamato “acque medie”. Zona anonima, lontana dalla bellezza della pianura pontina costellata di eucaliptus e casali dei primi del Novecento. Campo Boario è anche il nome di una piccola squadra di calcio, che ha come motto “Forti e liberi”. Costantino “Cha cha” Di Silvio è cresciuto qui, dove lo conoscono fin da ragazzo come dirigente sportivo. Ed è qui che ha visto giocare sui campi di calcio il suo amico di sempre Pasquale Maietta, di professione commercialista e oggi deputato di Fratelli d’Italia. Figlio, a sua volta, della tradizione della Latina nera, che vedeva nell’ex sindaco Ajmone Finestra un leader indiscusso. Maietta il calcio lo ha nel sangue, tanto da dirigere la squadra principale, quel Latina calcio che due anni fa ha sfiorato la promozione in A. Cha cha lo ha seguito, comandando gli ultras, pronto a evitare contestazioni sgradite o intemperanze pericolose. Ed è una amicizia che a Latina fa discutere, molto. Lo “zingaro” e il “nero”.

Di Silvio è uno dei più giovani esponenti di un gruppo strettamente legato ai Casamonica romani. Oltre alla sua famiglia, ci sono i Ciarelli, arrivati decenni fa dall’Abruzzo e dal Molise. Parenti, più o meno stretti, di “zio Vittorio”, il boss santificato nella chiesa di don Bosco a Roma, tra carrozze a cavallo ed elicotteri. Per il Tribunale di Latina queste due famiglie sono il potere che conta nella città. Un’associazione per delinquere (saranno poi l’appello e la cassazione a confermare o meno la decisione del primo grado) che da trent’anni gestisce usura, estorsioni e droga. Pronti a sparare, se necessario. O far scoppiare una guerra tra bande, come quella che sconvolse Latina nel gennaio del 2010. Qualcuno ferì il capo indiscusso, Carmine Ciarelli. In poche ore vi furono due morti, Massimiliano Moro e Fabio Buonamano, detto “er bistecca”. E ancora, dopo cinque mesi, altri due tentati omicidi, fino a quando la squadra mobile catturò buona parte degli esponenti delle due famiglie, dando vita all’operazione Caronte.

Il canale “acque medie” di Campo Boario ancora oggi ospita sulla sponda le stalle usate dagli allevatori del sud pontino. Era il luogo preferito dai Ciarelli/Di Silvio per far capire a tutti chi comanda in città: “Sono stati massacrati! … Buttati tutti dentro nelle stalle, tutti nella merda! Un macello!.. G., l ‘abbiamo buttato dentro alla stalla! La dove c ‘e la merda… gli abbiamo preso le mani … e le gambe! L’abbiamo alzato e poi buttato dentro!”, spiegavano – in una intercettazione agli atti del processo Caronte – Carmine ed Antonio Di Silvio. Gente dura, che non perdona. Un testimone, vittima di usura, ha raccontato quello che avveniva nelle stalle. Non solo l’umiliazione dello sterco, ma anche botte: “Sono stato legato ad una sedia e picchiato”. E per rendere il tutto più credibile, “Carmine Di Silvio lo minacciava dicendogli che lo avrebbe crivellato con due pistole calibro 9”.

Anche nella aule dei tribunali i parenti di zio Vittorio se li ricordano bene. Quando nel 2013 iniziò il processo contro di loro – dove per la prima volta veniva contestata l’associazione per delinquere, oltre all’usura e al tentato omicidio – le udienze furono una sorta di gimcana, tra testimoni intimiditi, avvocati che davano forfait e insulti alla corte. Decine di pagine di motivazione della sentenza usate solo per raccontare le difficoltà di un processo che ricorda – per lo sprezzo e l’arroganza – altri clan molto più noti. I magistrati hanno ricordato poi il vero terrore che si poteva leggere negli occhi delle vittime del clan. “Lei è una madre”, sussurrava S. I., uno dei testimoni chiave, durante la deposizione, quasi chiedendo clemenza per una ritrattazione così evidente da risultare palesemente dovuta alla paura: “Il tribunale chiedeva a S. I. se avesse paura – si legge nelle motivazioni della sentenza – il teste affermava di essere preoccupato per i suoi nipoti e per i suoi figli e che i propri nipoti non dovevano essere toccati”. E d’altra parte lo stesso patriarca Carmine Ciarelli era ben conscio del peso del suo ruolo: “Mi temono, gli basta ascoltare il mio nome”, spiegava in una intercettazione.

Il processo Caronte ha solo in parte fermato l’ascesa dei Ciarelli/Di Silvio. Continuano a contare a Latina, provincia crocevia delle mafie. Se la destra nera è sempre pronta ad invocare ruspe e fuoco per il locale campo Rom “Al Karama” (coinvolto al massimo in qualche piccolo furto), quasi nessuno ricorda il peso criminale dei Sinti ormai stanziali. In fondo vanno in giro con macchine di lusso, tifano Latina calcio e, soprattutto, votano.

da Il Fatto Quotidiano del 31 agosto 2015