migranti

La crisi migratoria è uno di quei temi attraverso cui la destra europea del nuovo millennio cerca di modellare la propria identità. E acquisire consensi a danno del tradizionale centro-destra. L’idea è quella molto semplice di rispondere ai crescenti flussi migratori creando muri, barriere, recinzioni. Rivendicare la propria sovranità territoriale, chiudere la porta ed arginare così un fenomeno che altrimenti sarebbe ingestibile. La famosa immagine dell’Europa fortezza.

L’argomento teorico che è alla base di una simile soluzione pratica è altrettanto elementare, ed è riassumibile in tre punti.

1) le risorse economiche nazionali sono limitate (ancora più adesso che stiamo vivendo una crisi economica).

2) le risorse economiche nazionali non bastano a garantire una vita dignitosa ai cittadini dei singoli Paesi meta delle migrazioni.

3) Finché ci sarà anche un solo cittadino bisognoso di aiuto, cui lo Stato nega supporto economico appellandosi alla limitatezza delle risorse nazionali (spending review, necessità di ridurre il debito pubblico, etc.), è ingiusto garantire assistenza a chi cittadino non è, e non ha contribuito al bilancio dello Stato attraverso le tasse.

Questo è il ragionamento su cui si basa, ad esempio in Italia, la polemica della Lega Nord sugli alloggi offerti agli immigrati, il wifi, il cibo non gradito, le parabole, e così via. Polemica che culmina spesso nell’evocazione del pensionato italiano che non ce la fa ad arrivare a fine mese. E nella boutade di alcuni, secondo cui, i poveri italiani sarebbero discriminati rispetto ai migranti, al punto che forse ai primi converrebbe fare domanda di asilo.

Esistono due varianti di questo argomento, che differiscono a seconda di un’interpretazione più o meno ampia del concetto di assistenza al punto 3). La prima, più radicale, e fortunatamente molto meno diffusa, include nell’assistenza anche quella immediata, la prima assistenza, da offrire a chi è in pericolo di vita. Secondo questa interpretazione ampia sarebbe sbagliato anche soltanto impiegare soldi pubblici per mettere in atto programmi di salvataggio in mare, o cose simili, che certamente hanno un costo, perché questi fondi potrebbero essere invece destinati al connazionale senza casa, cibo o lavoro. Ad un simile ragionamento, estremamente radicale, si può facilmente rispondere opponendo un principio di umanità. Chi sta annegando in mare va salvato, costi quel che costi. Quando c’è un pericolo di vita immediato e reale, ed esiste la possibilità di intervenire, bisogna intervenire.

La situazione invece diventa più complessa se ci si trova a dovere rispondere ad un’obiezione nazionalistica che adotta un’interpretazione più ristretta, e certamente più comune, del concetto di assistenza al punto 3). Non l’assistenza immediata, ma quella che subentra una volta che il pericolo di vita è stato scongiurato. Sarebbe a dire, come si possono giustificare al disoccupato europeo che ha perso la casa un alloggio e un vitto concessi a un migrante che arriva da un Paese lontano?

La risposta a questa domanda è di importanza cruciale, perché è proprio su questo punto che la destra, da molti definita populista, guadagna sempre più consensi proponendo la ricetta della porta chiusa. E riesce a farlo perché costruisce il suo ragionamento partendo da una visione del mondo che non è affatto contemporanea.

Se i migranti cui offriamo assistenza fossero persone provenienti da un’isola sconosciuta con cui non avessimo mai avuto alcun tipo di contatto, l’obiezione nazionalistica potrebbe avere una sua forza. Perché in questo caso ci si potrebbe appellare soltanto al principio di umanità (durante l’emergenza) ma non a doveri di giustizia nel post-emergenza.

Il mondo però oggi non è quello delle isole non comunicanti, o delle città-stato autonome e indipendenti. Il migrante in fuga dal Medio Oriente non può essere trattato come un alieno. È innegabile, per fare un esempio, che l’attuale situazione di emergenza in Iraq sia il frutto della politica estera occidentale, dall’invasione del 2003 alla gestione del dopo Saddam. L’assistenza al migrante iracheno può essere quindi giustificata da un dovere di compensazione, che ha precedenza sugli obblighi redistributivi nei confronti dei connazionali. Come, ad esempio, dopo un tamponamento il dovere di risarcire il danno da parte di chi lo causa viene prima degli obblighi morali nei confronti dei famigliari.

Questione più spinosa è invece quella dei migranti economici, per i quali il nesso causale tra la ragione della fuga, la povertà, e la responsabilità di chi dovrebbe ospitare, gli europei, è meno chiaro. Non c’è qui certamente spazio per affrontare un tema simile, però alcune rapidissime considerazioni si possono fare. Viviamo in un’epoca in cui l’economia è fortemente globalizzata. Il capitale si muove con facilità attraverso i continenti, utilizzando spesso risorse e manodopera in paesi più poveri per creare enormi profitti in quelli industrializzati. Gli effetti dell’instabilità finanziaria si propagano oltre ogni confine geografico. Le scelte dei consumatori in un determinato Paese condizionano l’andamento dell’economia di molti altri paesi. È ancora possibile parlare di doveri redistributivi esclusivi per i connazionali? In secondo luogo, i paesi industrializzati fanno un uso corretto del loro enorme potere economico all’interno di organismi internazionali come il WTO o invece abusano della posizione di forza per imporre condizioni commerciali a loro più favorevoli? Dalla risposta a questo genere di domande dipende la tenuta della distinzione, per molti scontata, tra chi fugge dalla violenza e chi fugge dalla povertà.

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