In duecento hanno sflilato per il centro di Foggia, questo pomeriggio, per dire basta allo sfruttamento nei campi agricoli del Tavoliere delle Puglie. Nigeriani, senegalesi, somali, marocchini e tanti altri lavoratori auto-organizzati delle campagne, hanno voluto porre l’attenzione delle autorità e delle organizzazioni datoriali sulle condizioni di migliaia di cittadini stranieri impegnati nella raccolta del pomodoro in quest’angolo di Puglia, già funestato dal fenomeno del caporalato. Acqua e condizioni di vita dignitose al centro delle richieste dei lavoratori stranieri, che hanno a più riprese denunciato lo stato di piena illegalità dei campi di lavoro e del suo sistema retributivo. I manifestanti hanno messo su cartelli e striscioni il disagio che viene vissuto tutti i giorni dai braccianti, obbligati a lavorare per poco più di 12 euro a giornata, su cui pesano circa 5 euro da dare ai caporali per il trasporto dal ‘ghetto’ ai campi e altri 50 centesimi per una doccia e 50 centesimi per la corrente elettrica indispensabile per ricaricare la batteria dei cellulari. Pochi spiccioli restano ai braccianti, che spesso sono costretti a lavorare in condizioni precarie sotto insopportabili temperature.

Il corteo ha percorso le strade principali di Foggia per poi terminare la marcia presso il Palazzo del Governo dove si è tenuto un vertice con il Prefetto, Maria Tirone. Momenti di tensione sotto la sede di Coldiretti: un gruppo nutrito di manifestati ha tentato di occupare la presidenza dell’associazione di categoria, obbligando il presidente Giuseppe De Filippo a scendere in strada e ad avviare una mediazione per evitare ulteriori problemi. Urla e fischi hanno fatto da cornice ad un improvvisato colloquio tra una rappresentanza dei braccianti e il vertice di Coldiretti al quale sono state richieste risposte concrete, a partire da mezzi gratuiti per il trasporto dei lavoratori nei campi. L’associazione di categoria è stata additata dai manifestanti come responsabile del menefreghismo nei confronti dei braccianti, a vantaggio invece degli imprenditori agricoli che molto spesso sono gli stessi aguzzini che sfruttano gli stranieri nei campi.

Durante il vertice, la Coldiretti ha al contrario spiegato che è in atto un protocollo che obbliga gli imprenditori a tutelare i lavoratori stranieri, ma come spesso succede, anche le semplici regole restano su carta, mentre nei campi vi sono realtà di pura illegalità. I rappresentati dei lavoratori hanno chiesto al Prefetto di attivarsi anche per una questione che investe direttamente le autorità: da più di un anno, infatti, la Questura chiede la residenza per poter rinnovare il permesso di soggiorno, nonostante non sia un requisito previsto dalla normativa. Di conseguenza, diverse centinaia di lavoratori che operano nel foggiano hanno perso e stanno perdendo un valido titolo di soggiorno e vengono spinti alla marginalizzazione.

“Come accadde da diversi anni e in diverse parti d’Italia –  spiega Eghel Ebedi, uno dei manifestanti che ha preso parte al vertice – esigiamo ancora una volta almeno il rispetto dei minimi contrattuali previsti dal contratto provinciale unitamente alla fornitura di servizi come casa, acqua e trasporto dall’abitazione al posto di lavoro. Inoltre vorremmo esser pagati a ore e non a cassoni, così da garantirci qualcosa in più rispetto agli spiccioli che ci restano in tasca ad ogni fine giornata”. Rimostranze che non hanno ottenuto risposte immediate dal Prefetto che, per parte sua, ha chiesto tempo per esaminare le richieste. “Un diniego del prefetto amareggia i lavoratori e va contro chi chiede dignità – dice Alessandro Ventura di laboratorio politico Pro/Fuga, che assieme a rete Campagne in Lotta e Comitato dei Lavoratori delle Campagne hanno coordinato il sit-in – stiamo parlando di vite che si consumano tra le condizioni abitative drammatiche dei ghetti e i campi di pomodori senza nessuno spiraglio”. Intanto, la tensione sale in città: durante il corteo centinaia di cittadini hanno contestato il passaggio dei lavoratori stranieri con insulti, figli non solo del razzismo, ma de disagio causato dai tassi record di disoccupazione raggiunti in città.

di Andrea Gisoldi