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Mi concedo un post lieve di fine estate, sconfinando nel vicino territorio del linguaggio. Niente a che vedere con i veri, grossi problemi del nostro tempo; per fortuna ci sono fior di blogger che li trattano esaurientemente. Mi permetto semplicemente di segnalare delle cattive abitudini, da parte di certi professionisti della parola, con un tratto comune: sono dettate dal desiderio di omologazione. No, non parlerò della scomparsa del congiuntivo o dell’impoverimento del lessico, che mi sembrano prodotti più che altro da pigrizia. Mi accodo però ad altri nello stigmatizzare l’esagerato uso di parole inglesi in italiano. Ne è un alfiere il nostro  Presidente del Consiglio. Per carità, è un peccato veniale rispetto a – che so – l’evasione fiscale. E poi non mi convince nemmeno la posizione opposta cara ai Francesi, che traducono “software” in “logiciel”, “file” in “fichier” e così via. Se un concetto nasce in una lingua, mi pare accettabile che venga contrassegnato col suo nome in quella stessa lingua. Ci sono però almeno due problemi: il plurale e la pronuncia.

S’ignori pure la raccomandazione dell’Accademia della Crusca di non declinare sostantivi stranieri. Dopo tutto chi dice “i films” segue una certa logica, condivisa anche da qualche dizionario. Il guaio è che poi nascono plurali inesistenti come “i Lands tedeschi”! Alle volte il plurale è tanto diffuso che viene usato anche al singolare: così si legge “un murales” e “un fans” anche in scritti di autori sicuramente padroni della lingua (nostra e altrui). Perché allora scrivono consciamente un’espressione sbagliata? Secondo me per omologazione: se scrivessero giusto, magari i più penserebbero a un loro errore!

Credo che questo timore sia anche alla radice dell’errata pronuncia di tanti vocaboli stranieri. Intendiamoci: non ce l’ho con l’uomo comune, a cui non si può certo chiedere di conoscere le regole neanche delle tre o quattro lingue più diffuse. E passi il comune errore nella posizione dell’accento in continental, engineering, management (metto in questa pagina ausiliaria i link alla pronuncia corretta delle parole che scrivo qui in grassetto). Trovo però indecente che un inviato non sappia nemmeno dire il nome della città in cui si trova! Il problema non è nuovo: per anni abbiamo pronunciato Mao Tse Tung leggendo all’italiana la traslitterazione inglese e abbiamo sentito giornalisti dire che ghe be per KGB, quando kappa gi bi sarebbe stato meno figo ma corretto*.

Penso che chi parla alla radio o alla televisione abbia una notevole responsabilità nel favorire o contrastare il buon uso della lingua. Ne ho brevemente discusso con un colto giornalista di Radio1 RAI, a cui chiedevo perché insistesse a pronunciare raid “all’italiana”, cioè come se fosse invece ride. La mia provocatoria supposizione era che si fosse adeguato alla vecchia pubblicità di un insetticida. La sua risposta (e già è lodevole che rispondesse a un ascoltatore qualsiasi) è stata che la sua era una scelta consapevole dettata, fra l’altro, dalla necessità di farsi capire. Ma questa è proprio l’omologazione nell’errore che mi pare culturalmente dannosa: “Sbagliano tutti, allora devo sbagliare anch’io”.

Per carità, anch’io dico “Mar dei Caraibi” e “inchiostro di china” associandomi implicitamente ad antichi analoghi errori. E già Quinto Orazio Flacco riconosceva che nelle questioni linguistiche l’uso ha la meglio su qualsiasi regola. Temo perciò che prima o poi dovremo accettare “piuttosto che” usato come “oppure”. Spero che ci si fermi prima di accogliere una frase come “questo non centra, non può centrare” che sento sempre più spesso.

Un vezzo proveniente dall’inglese è scrivere “piano Cartesiano”, “precetti Cristiani”, “confini Europei”: mettere la maiuscola agli aggettivi che derivano da nomi propri è corretto in quella lingua, ma non nella nostra. Un’omologazione ideologica è invece quella di chi scrive “dio” con la minuscola anche quando è nome proprio (e Zeus? Ra?) forse ignorando che così fa il verso a certi ridicoli autori cattolici che negano la maiuscola a Satana!

Da parte mia cerco di correggere i miei errori; sono un vero rompiscatole con figli e studenti; pronuncio con fierezza le “e” finali di Porsche, di Marlene Dietrich e di Deutsche Bank e se qualcuno pensa che sbagli, peggio per lui! Ho giusto qualche imbarazzo parlando di uno dei miei compositori preferiti, Borodin. Però, ecco, so che dovrei dire scandinàvi, ma proprio non ce la faccio e vigliaccamente scantono: svedesi, norvegesi…

*ERRATA CORRIGE: a quanto pare (vedi i commenti qua sotto) la pronuncia “che ghe be” è quella più aderente all’uso russo – nonostante la lettera K sia in russo “ka” – quindi sbagliavo a stigmatizzarla. Ringrazio molto i commentatori che me l’hanno fatto notare.