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L’estate fa caldo e l’afa ha effetti collaterali sulla salute. Abbassa la pressione e compromette la lucidità mentale. La consapevolezza che la concentrazione dei lettori sia latitante con la calura estiva, dispensa nelle redazioni la licenza di scrivere su argomenti leggeri. Alcuni giornalisti, inconsapevoli che gli effetti collaterali del caldo possano colpire anche le loro meningi, si sentono autorizzati a scrivere corbellerie. Ma ci vuole intelligenza anche per tessere argomenti leggeri e capire su cosa si può  scherzare e su cosa non si può. L’11 agosto Andrea Scanzi pubblica un post sull’estetica del piede femminile, ironico (chi si è incavolata sul serio ha abusato di legittima difesa da sessismo) anche se si coglieva l’arroganza maschile e il suo credo: le donne sono state create dalla costola di Adamo e devono vivere in funzione delle esigenze degli uomini e dello sguardo maschile. Ma l’articolo di Scanzi comunque era leggero e gli si poteva rispondere con altrettanta levità.

Non è così quello pubblicato il 13 agosto sul Foglio da Lanfranco Pace. Ne potete leggere un’analisi sul blog Ricciocorno e su il Ragno. Non è affatto leggero. Non si può neppure compatirne la misoginia sbadigliando per  le solita banale sbobba letta migliaia di volte. In quelle righe c’è livore e purtroppo si elogia la violenza contro le donne. Il sessantottenne che ha fatto il sessantotto e che ha militato nell’estrema sinistra (sappiamo bene che a sinistra come a destra, il sessismo è stato sempre presente) scrive in Le vere misogine siete voi stronze di non aver mai dimenticato il no ricevuto da una polposa bruna e che gli brucia di essere rimasto lì come un allocco, non  avere avuto la prontezza di gridarle brutta stronza e magari darle un pugno. Pace non ha ancora archiviato un ricordo giovanile che, facendo una botta di conti, gli brucia, chissà dove, da circa 47 anni. La centrale di Chernobyl brucia da meno tempo e per fortuna la vita degli umani si consuma prima delle barre di plutonio.

E’ convinto, come l’insostenibile Kundera, che solo le donne siano pettegole anche se non esiste persona più pettegola di un giornalista. Se avete conosciuto giornalisti,  mi riferisco proprio a uomini, praticano un taglia e cuci su colleghi e colleghe da far impallidire le comari del Campiello e in confronto, le perpetue di qualunque parrocchia di provincia praticano l’austera regola del silenzio. Il sessantottenne che ha fatto il sessantotto confonde Ada Lovelace con Linda Lovelace (più che la matematica poté il porno) e i ricordi di Potere Operaio devono essere nella soffitta della memoria perché oggi, convinto che la povertà e lo sfruttamento non esistano più, si interessa a extension e smalti: “Non sono le donne-donne quelle da contenere: sono le altre. Che seguono concorsi e iniziative di grandi giornali (ma che caspita scrive?) vestono casual o con tailleur giacca e pantaloni, tacco basso o medio, niente extension né smalto colorato sulle unghie, occhialetti allenati da tante letture che si portano, certificato di presenza ai raduni d’un tempo contro B. e orientamento elettorale come l’ingombro, a sinistra va da sé”. E via a rotta di collo. Tutto si può dire e scrivere sulle donne, argomento leggero per eccellenza, anche che le “vere stronze sono da prendere a schiaffi. E senza misura”. Se l’ordine dei giornalisti non fosse una mummia avvolta nelle bende della deontologia professionale dovrebbe davvero affrontare in maniera seria il problemuccio del sessismo che cova nelle redazioni.

Qualcuna mi ha scritto ma che ti aspetti dal Foglio? Non è solo un problema di quella testata. Il giornalismo italiano, specchio della società italiana, non brilla per il rispetto delle donne né per la consapevolezza che non esiste libertà, se le donne ne sono prive. Le redazioni sono una roccaforte tutta maschile profondamente immersa nella cultura sessista non credo sia cambiato molto da quando le frequentavo io.

Negli anni abbiamo dovuto sorbirci la stupidità di articoli sui quali difficilmente le donne ridono, soprattutto quando inneggiano alla violenza. Abbiamo letto le sconfortanti parole di Massimo Fini, di Marco Cubeddu e di altri autorizzati da direttori convinti che i diritti e la dignità delle donne siano questioni di salotto o di costume sui quali si può ridere. Gli stessi direttori che il 25 novembre concedono lo spazio al tema dei diritti e della violenza contro le donne, come si fa con la giornata del panda, e poi per il resto dell’anno se ne lavano le mani e permettono che si possa scherzare su pugni e sberle. Che fare quando leggi certi articoli? Con il metro di misura di Lanfranco Pace e dei suoi colleghi, li si dovrebbe ammazzare o prendere a calci nelle palle. Senza limite. Invece sospiri e con la tua intelligenza di donna, che è davvero tanta per cavartela in un mondo patologicamente sessista, fai spallucce. Pensi che ogni giorno fai la tua infinitesimale parte, aspettando che il mondo lentamente con i suoi tempi si trasformi e si faccia più accogliente per le donne. Sai che si trasformerà con la forza dell’intelligenza e senza bisogno di prendere a calci nelle palle nessuno. Ci vorrà pazienza. E la tua intelligenza di donna ti fa sperare che il mondo si faccia più accogliente anche per le figlie del signor Pace, confidi che nessuno le prenda mai a sberle senza limiti o faccia loro di peggio solo perché diranno no a qualche uomo sgradevole o perché chiederanno una società a misura di donna o avranno voglia di studiare la matematica. Perché Pace forse non lo sa o fa finta di non saperlo ma c’è chi lo prende in parola e lo fa tutti i giorni.