marcello pera sguardoC’è un personaggio anomalo nella politica italiana, ed è Marcello Pera. Di area socialista per tutti gli anni Ottanta e i primi Novanta, Pera poi, si avvicina a Forza Italia, che ne fa il presidente del Senato. Laureato in filosofia, sempre interessato ai problemi della religione, Pera si autodefinisce per anni “un non credente”, fin quando stringe amicizia con Joseph Ratzinger e nel 2004 scrive, assieme al futuro Papa, il libro “Senza radici”, in cui denuncia il decadimento morale dell’Europa, impoverita dal rifiuto delle sue radici cristiane e minacciata dal terrorismo islamista. Nel 2008 Pera scrive un altro libro, “Perché dobbiamo dirci cristiani”,  parafrasando un famoso titolo di Benedetto Croce. Oggi Pera è considerato un esponente del movimento neoconservatore italiano e risulta essere il più prominente esponente teocon.

Questi cenni biografici mi sembrano utili per meglio interpretare una sua recente intervista al Corriere della Sera, in cui l’ex presidente del Senato critica la presa di posizione di monsignor Galantino, che ha definito Salvini e Grillo “piazzisti da quattro soldi, che pur di raccattare voti dicono cose straordinariamente insulse” contro l’accoglienza degli immigrati.  Il pericolo grave che Pera intravede dietro questa uscita è che “la Chiesa stia virando verso la politica, verso una Teologia della Liberazione”. Secondo Pera, il segretario generale della Cei “parla in modo politico: c’è una reinterpretazione del cristianesimo”. Al giornalista che gli chiede se accogliere persone in difficoltà non è un dovere per un cristiano, Pera risponde: “Certo, la carità e la misericordia sono nostri doveri ma non devono essere trasformati in diritti degli altri”. E aggiunge: “L’argomento di monsignor Galantino è un altro. Che gli immigrati hanno il diritto alla dignità e noi abbiamo il dovere di soccorrerli. Si trasforma il cristianesimo: la religione della carità in ideologia dei diritti. Una teologia della liberazione già sperimentata in Sudamerica”. Sulle atrocità delle dittature sudamericane dell’epoca, Pera risponde con freddezza: “Ciascuno ha a che fare con i propri Cesari, tirannici, democratici o dispotici che siano. Ma la prospettiva è la salvezza nell’aldilà”.  E conclude con tre affermazioni importanti. La prima: “Penso vi sia identità di vedute fra Galantino e Papa Francesco. La seconda: “I comandamenti sono dieci. Le risulta che ci sia un diritto? Mi sembra una reinterpretazione troppo laica”.  La terza: “Se riduciamo il cristianesimo a teologia politica dei diritti allora non mi pare così coerente poi parlare di dialogo con l’Islam. Dov’è lì la cultura dei diritti degli altri? Vogliamo forse dire che i  ‘quattro straccioni leghisti’ creano meno problemi di qualche miliardo di islamici?”

L’intervista non sarebbe particolarmente inquietante (molti esponenti di destra accusano sempre più apertamente Papa Francesco di essere “comunista”) se non fosse per la durezza in materia di diritti e per il forte richiamo alla teologia della Liberazione: un movimento cattolico importante, nato negli anni Sessanta in molti paesi dell’America Latina per reazione ai regimi dittatoriali e per combattere la diffusissima ed estrema povertà. Naturalmente, una teologia “diversa” da quella ufficiale della Chiesa e apertamente rivoluzionaria, subito condannata da Giovanni Paolo II.

Già nel 1979, in Messico, Wojtyla dichiarò che “la concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si concilia con la catechesi della Chiesa”. “Guai ai sacerdoti che fanno politica nella Chiesa” aggiunse Wojtyla, il “Papa politico” per eccellenza. Un messaggio che – fra l’altro – incoraggiò la giunta militare di San Salvador a far assassinare monsignor Oscar Romero, che da tempo ne denunciava le atrocità.

Ancor più fermo nella condanna della teologia della Liberazione il successore di Wojtyla, Papa Ratzinger, che come presidente della Congregazione per la dottrina della fede aveva scritto, per incarico del Papa polacco, due saggi in cui affermava, in estrema sintesi, che nonostante la vicinanza della Chiesa cattolica ai poveri, la tendenza della Teologia della Liberazione ad accettare postulati marxisti e di altre ideologie politiche non era compatibile con la dottrina sociale della Chiesa cattolica, specialmente nell’assunto in cui quella teologia sosteneva che la redenzione proclamata dal figlio di Dio, Gesù Cristo, dovesse tradursi nella promozione di una rivolta politica, nonché violenta, da parte dei poveri.

Dunque, i due predecessori di Bergoglio hanno combattuto e ridotto ai margini la rivoluzione della Chiesa nell’America Latina, con una durezza degna delle condanne dell’Inquisizione. Un fatto comunque gravissimo, e ancor più clamoroso visto che a succedere a Ratzinger è stato proprio un esponente “progressista” della Chiesa sudamericana.

Le aspre parole di un personaggio di rilievo come Marcello Pera, forse anche per la vicinanza al Sacro Ferragosto, non hanno suscitato particolare attenzione, salvo un sintetico commento dell’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick: “La teologia della Liberazione non c’entra niente; il diritto ad essere soccorsi è garantito dalla Costituzione, come pure quello alla pari dignità”.

Naturalmente Flick ha ragione. Ma dietro alla “provocazione” di Pera non c’è per caso un invito alle gerarchie cattoliche più conservatrici a cercare di contenere le tendenze “rivoluzionarie” di Papa Francesco e dei Cardinali che più gli sono vicini? Varrebbe la pena di capirlo.

P.S: C’è anche da chiedersi come fa Pera a mettere fra i “rivoluzionari” un prelato come Galantino, che da un lato tuona continuamente contro la prospettiva di una pur cautissima legge sulle unioni civili e dall’altro definisce “una sentenza ideologica che vuole umiliare la Chiesa” la scelta di buon senso di un giudice di far pagare l’Ici alle scuole cattoliche di Livorno.