Senato della Repubblica? No, “delle autonomie” anzi “delle autonomie e delle garanzie”. E già che ci siamo, perché non il contrario: “delle garanzie e delle autonomie”. Purché emendamento sia. E quanti senatori, di grazia? Magari 350, anzi 225, no 306 e così via. Esempi di sabotaggio in Parlamento, dove rischia di sprofondare sotto una montagna di carta il DDl n. 1429, quello che riforma il Senato, cambia in profondità la Costituzione e archivia l’era del bicameralismo perfetto. L’8 settembre, giorno dell’armistizio d’Italia, il testo torna in commissione Affari Costituzionali e un agguerritissimo Roberto Calderoli, Gran Maestro delle prassi ostruzionistiche, promette battaglia: “La seppelliremo sotto il peso di oltre 500mila emendamenti”. Rincara poi la dose, annunciando di averne preparati per l’aula altri 6,5 milioni. Boom. Che fine faranno tutti, con quali conseguenze, è il punto.

Della valanga estiva la Lega s’intesta da sola il 99,3 %: 510.293 emendamenti su 513.450. Tanti che Calderoli, che se ne attribuisce personalmente la paternità, prefigura non più la riforma del Senato quanto il suo crollo, sotto una montagna di carta: “Gli emendamenti devono essere stampati e una copia deve essere consegnata a ciascun senatore – spiegava a Repubblica – . Non scherzo, lo dice il regolamento. Volevano il bicameralismo paritario, e invece rischiano di far crollare Palazzo Madama”. Sotto il peso di una montagna di carta. La Soprintendenza è avvertita.

Seguono i 1.075 di Forza Italia, poi Sel (1.043), componente di “Fare” (259), Autonomie (215). M5S ne ha presentati 194, in massima parte volti a chiedere a ristabilire l’elettività del Senato e bilanciare i poteri tra governo e Parlamento. Il Pd si gioca il numero 63: 31 provengono dall’area dem fedele a Renzi e non incidono sullo spirito della riforma, 17 invece arrivano dalla minoranza e insistono sull’elezione diretta, la modifica delle funzioni del futuro Senato e sull’elezione del presidente della Repubblica. Il faro della politica è puntato proprio qui. Palazzo Chigi teme infatti altri numeri, quelli di una possibile maggioranza trasversale sul senato elettivo.

Intanto, però, c’è quel muro di carte che sale sale sale: ma alla fine, è un vero argine o è un paravento per l’estate? Il diluvio di emendamenti vorrebbe affogare la Commissione, bloccandone i lavori. La provocazione, però, potrebbe anche ritorcersi contro chi la tenta: per evitare la “palude” la maggioranza potrebbe sentirsi legittimata a “sfilare il testo” per portarlo direttamente in aula, velocizzando così i tempi di approvazione della riforma (anziché fermarli), facilitando la vita al premier (anziché logorarlo).

Molto dipenderà, poi, dagli emendamenti stessi. Lo spiega il sottosegretario per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento: “L’8 settembre la Commissione – dice Luciano Pizzetti (Pd) al fattoquotidiano.it – dovrà formulare i pareri di conformità degli emendamenti, stabilire cioé se così come sono espressi rendono il testo uscito dalla Camera sostanzialmente o formalmente conforme a quello uscito dal Senato. Se c’è una conformità sostanziale, una serie di articoli non potranno essere emendati, perché i testi sono sostanzialmente identici. Se invece la conformità è solo formale allora è chiaro che l’emendamento si allarga ed estende assai”.

Ma cos’è sostanziale nella carica dei 513mila emendamenti, nuovo record della Repubblica? Già sfogliarli è impresa sovrumana, tentiamo lo stesso. Quelli leghisti sono scritti  su carta carbone, ma anche gli altri propongono correzioni formali per modificare la virgola, un avverbio, una parola. Proviamo a pesarne qualcuno, scelto tra gli articoli fondamentali della legge Boschi. Prendiamo il primo, quello che riguarda la definizione stessa del nuovo Senato. Solo per quello, ça va sans dir, tocca scorrere più di 800 pagine. Riduciamo il campo a singoli proponenti: prendiamo, a caso, quelli firmati dall’ex “direttorissimo” Augusto Minzolini. A quali armi ricorre il falco azzurro? Sotto quale irrinunciabile convincimento vuole indurre il governo a fare un passo indietro?

Diamo retta alle 261 proposte di modifica su cui ha messo la firma. Si scopre allora l’acqua calda ribollita su cento fornelli diversi: “Minzo”, ad esempio, riesce con destrezza a riformulare più e più volte lo stesso “comma 1 dell’art. 55”, ribadendo che “Il Parlamento della Repubblica si compone di due Camere elette a suffragio universale e diretto”. Bocciato uno però, bocciati tutti? Alcuni emendamenti arrivano anche a cozzare tra loro, senza che i proponenti ne siano turbati. Ancora Minzolini – e con lui D’Anna, Compagnone, Longo, Bruni, Bonfrisco, Milo, Tarquinio – chiede un centinaio di volte di sostituire la parola “Senato della Repubblica”, in ordine con: “federale dei territori”, “delle autonomie”, “delle autonomie e delle garanzie” (1.1708) e già che ci siamo anche il contrario: “delle garanzie e delle autonomie” (1.1706). E sembrano non fermarsi più.

A ben vedere, la stessa cosa succede sulla composizione del nuovo Senato, che va a modificare l’art. 56 della Costituzione. Cambiamo scranno, andiamo a sedere tra i banchi di Sinistra Ecologia e Libertà (Sel). Anche qui le idee non sono chiarissime ma il numero che conta è quello degli emendamenti da esibire: ben 1.043. E allora troviamo gli onorevoli De Petris, Barozzino, Cervellini, De Cristofaro, Petraglia, Stefano, Uras che danno i numeri: se al posto dei 315 senatori attuali il governo ne propone 98, in ordine, loro ne chiedono 326, poi 356, quindi 376, e ancora 408, e poi di nuovo 320, 350, 360 e via dicendo. Più che emendamenti-fotocopia sono emendamenti-sineddoche: la parte per il tutto e il tutto per la parte. Perché ognuno, nel suo piccolo, vorrebbe far saltare l’intera legge. Anche a prescindere dal merito. E tocca chiedersi, allora, se basteranno poche idee e molti numeri a far cambiar idea al governo e alla maggioranza. O piuttosto non li legittimeranno alla zampata che ogni volta seppellisce un pezzetto di democrazia. Anche sotto il peso di 6 milioni di fogli.