In ordine di tempo Matteo Renzi è l’ultimo straitaliano arrivato a occupare la scena pubblica nazionale. Ossia la macchietta transitata in politica dallo schermo romanesco (nel nannimorettino Ecce Bombo, “ve lo meritate, Alberto Sordi”), summa del peggio italico: il tipo del furbastro fanfarone, tracotante coi deboli e untuosamente accomodante con i potenti; ballista seriale e – insieme – campanilista sciovinistico per asfitticità di orizzonti (l’Italia è il più bel Paese del mondo… come cucina la mia mamma…).

Insomma, l’italiano da barzelletta che ci fa vergognare quando gioca in trasferta.

Immediatamente prima di Renzi avevamo avuto il suo clonatore Silvio Berlusconi e prima ancora Bettino Craxi. Fermo restando l’impareggiabile modello incarnato da Benito Mussolini. Le genia sempre rinnovata di straitaliani, specialisti nell’aggrovigliare situazioni che poi non sono in grado di sbrogliare; ma che diventano difficilmente rimuovibili proprio per i garbugli da loro stessi creati.

Per liberarci di Berlusconi fu necessario l’intervento esterno di potentati internazionali, Craxi fu sbalzato di sella dagli scandali scoperchiati dalla magistratura, per chiudere l’esperienza mussoliniana occorse la catastrofe di un conflitto mondiale, con – a seguire – la tragedia della guerra civile.

Auguriamoci che per schiodare lo straitaliano Renzi si possa fare a meno di tali piedi di porco. Fermo restando che la sua posizione sembra sempre meno salda, tanto che la ripresa autunnale potrebbe riservare qualche sorpresa. Intanto si direbbe abbia perso i pur superficiali talenti che ne avevano contraddistinto l’ascesa; paiono svanite le sensibilità istintuali che fungevano come una sorta di “cambio automatico” nella sua corsa a perdifiato verso la vetta solitaria.

In effetti l’entrata in gioco del giovane sindaco fiorentino venne favorita dal kombinat che presidia gli equilibri dominanti nel nostro Paese (la pulsione collettiva alla sopravvivenza del ceto politico, aggregata in maniera intermittente e per alcuni lustri attorno alla figura di Giorgio Napolitano, che nei momenti critici si incontra e fa sinergia con gli interessi economici retrostanti le grandi testate mediatiche).

Causa scatenante risultò l’esito delle elezioni politiche 2013, con l’imprevista avanzata del M5S primo partito alla Camera. Una situazione ad alto rischio che il pretino Enrico Letta dimostrava di non poter contenere. Da qui la sua brutale rimozione; i cui modi vennero rapidamente legittimati/metabolizzati dai criteri di rappresentazione del pensiero ufficiale, il cui interesse esclusivo risulta quello di mantenere sotto controllo il quadro politico.

La mossa-Renzi si rivelava inizialmente spiazzante e – dunque – vincente; come hanno dimostrato le elezioni europee 2014, con il Pd al 40% dei consensi (anche grazie alle mancette di 80 euro).

Tanto efficace nella propaganda, il giovane premier mostra rapidamente tutti i propri limiti quando occorre andare oltre la chiacchiera e mettere in mostra doti di governo. Qualcosa di più e meglio delle virtù illusionistiche.

Difatti le terapie anti-disoccupazione (“Jobs act”) si rivelano un maldestro tentativo di drogare il mercato del lavoro, privo di effetti strutturali; l’intervento sul sistema scolastico (“la buona scuola”) rivela una cultura organizzativa da padrone delle ferriere: l’affido della gestione di una realtà complessa alla verga di un dictator.

Nel frattempo falliva il disegno di aggregare pezzi di elettorato berlusconiano, mentre la diuresi comunicativa renziana, nella sua declinazione più arrogante (segno di smarrimento dell’equilibrio), allontanava dal Pd pezzi di consenso tradizionale; vedi il pubblico impiego scolastico o fasce della società meridionale, ferita dalla crisi e irrisa dal premier. Infine dimostra confusione mentale la riforma elettorale (“Italicum”) che assegna il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione: assist ai Cinquestelle, sgravandoli dalla necessità di accantonare il loro pregiudiziale isolazionismo e candidandoli ai ballottaggi nella prossima tornata elettorale.

Tutte azioni che inducono a ipotizzare un renzismo alla frutta, mentre tramonta sul nascere l’ipotesi del Partito della Nazione. Mentre messaggi a mezzo stampa lasciano intravedere lavorii restauratori per nuovi assetti meno pencolanti.

La ricorrente presenza sui media tv di Giovanni Toti, “faccia umana” del berlusconismo e addomesticatore di un pezzo di Lega (compreso il vice segretario nazionale padano Enrico Rixi), potrebbe segnalare uno degli incubatori del dopo.