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Non mi chiamo Dario Argento e non sono uno specialista di thriller, quindi non ho alcun interesse a generare ansie e paure, anzi, sono perfettamente cosciente che, in periodi di crisi come questo, la fiducia e l’ottimismo siano un buon ricostituente che normalmente aiutano a risalire la china. Da soli però non bastano, e se la malattia è grave occorrono rimedi ben più efficaci. Invece si continua con la solita medicina prescritta negli ultimi vent’anni circa, che è in buona parte corresponsabile della crisi.

Si noti che io vivo negli Stati Uniti, qui la disoccupazione media ha toccato punte massime attorno al 10 – 11% subito dopo lo scoppio della Grande Recessione (nel 2008) ma poi è andata lentamente calando (rispetto alla norma e alle aspettative) e adesso è attorno al 5%. E’ un ottimo livello, persino migliore di quello della Germania, perché dunque tanto allarmismo?

Perché in macroeconomia non si guardano i risultati immediati o a breve termine, come fanno normalmente i politici e gli amministratori mediocri, che necessitano di risultati immediati da presentare ai propri azionisti o ai propri elettori. Se si guardano le previsioni di medio-lungo periodo si trovano solo brutte notizie. La contemporanea interazione di diversi fattori (tecnologia-elettronica-finanza-globalizzazione) che incidono sull’occupazione provoca ogni anno un crescente livello di disoccupazione, specialmente giovanile, che non riesce più a essere recuperata (dove c’era) nemmeno quando il recupero economico-finanziario post crisi è raggiunto o è in via di miglioramento.

Ormai non licenziano più soltanto le fabbriche con gli operai, adesso licenziano a migliaia per volta anche le banche e le finanziarie.

Fino a pochi anni fa, quando entravo nello sportello bancario della Chase Bank (qui a Dallas) c’era una gentile signorina che mi veniva incontro e mi chiedeva il solito “come posso esserle utile?”. I quattro salottini vedevano almeno due impiegati occupati a parlare coi clienti. Il direttore (o la direttrice) era nel suo ufficio, impegnato al telefono o con qualche cliente. I quattro sportelli della cassa avevano sempre diversi clienti in fila, sia all’interno della banca che all’esterno per il collegato servizio drive-trough agli automobilisti. Adesso la signorina all’ingresso non c’è più, il direttore c’è solo qualche volta, alle casse sono solo in due. Lo sportello lì vicino della Legacy Bank ha chiuso due mesi fa, e anche questo marcia male ormai perché i servizi si fanno sempre più spesso con lo smart-phone, o comunque online. Tutto si automatizza.

E i supermercati? Dieci anni fa entravo al supermercato (quelli piccoli sono grandi almeno quattro volte quelli italiani), mettevo la merce nel carrello e andavo ad una delle dieci o più casse a pagare. Oltre alla cassiera (o cassiere) c’era sempre qualcuno che metteva la merce nei sacchetti, li riponeva nel carrello che spingeva fino alla tua macchina nel vicino parcheggio e scaricava il tutto nel baule, ringraziando e rifiutando tassativamente la mancia. Ora trovi un paio di casse aperte e nessuno a rimetterti la merce nel carrello. Se hai poca roba puoi però arrangiarti da solo alla cassa automatica dove, pagando con la carta di credito, puoi seguire le istruzioni sul grande display, scannerizzare i prodotti (come fa la cassiera) e ritirare lo scontrino che poi qualche inserviente ti potrebbe chiedere e controllare all’uscita.

C’è sempre chi obietta che queste casse automatiche vengono costruite da qualcuno, quindi il lavoro si sposta solo a favore di lavoratori specializzati. Si, anche quelli però sempre in numero inferiore, sostituiti da sistemi automatici di cablaggio e assemblaggio.

Le U.S. Postal, che solo dieci anni fa finanziava ancora, spendendo diversi milioni di dollari ogni anno, la squadra ciclistica di Armstrong vincitore di sette Tour de France consecutivi, ora deve licenziare ogni anno migliaia di dipendenti toccando quest’anno un “rosso” di oltre 18/mld di dollari.

Il lavoro ordinario tende quindi ad assottigliarsi sempre più velocemente e non è difficile prevedere, a causa della sempre più impellente necessità di contenere i costi operativi, una nuova impennata della disoccupazione su larga scala anche dove attualmente non c’è.

Ma la disoccupazione non è tutto, l’estrema competitività sui costi di produzione, provocata anche da una globalizzazione senza limiti e senza controllo, genera anche uno sfruttamento del lavoro che non si vedeva più da almeno un secolo. Certo, oggi è diverso, non ci sono più le catene di montaggio magistralmente caricaturizzate da Charlot, ma le opportunità di sfruttamento dei lavoratori sono persino maggiori perché insieme al lavoro spariscono anche i sindacati.

Steven Rattner, un manager di Wall Street, scrive nel suo articolo “We’re making Life Too Hard for Millennials” (Stiamo rendendo la vita troppo difficile alle nuove generazioni) sul New York Times, che mettendo a confronto il 1980 con il 2015, nonostante un più elevato livello di educazione scolastica, i giovani di oggi sono tendenzialmente destinati a guadagnare persino meno di quelli di 25 anni fa. Ma non è solo una questione di guadagno, adesso devono pagare di più per arrivare alla laurea o al diploma, quindi partono con un debito scolastico che potrebbe durare tutta la vita, devono lavorare di più, senza riuscire a risparmiare niente, o quasi, per la pensione e per acquistarsi una casa, rimangono coi genitori più a lungo, alcuni rinunciano persino a far figli.

Lo sfruttamento del lavoro subordinato è in forte crescita e tende, persino in paesi considerati civilizzati, a raggiungere livelli che non si vedevano più dal tempo della schiavitù come nel caso dei pescatori tailandesi.

In conclusione è inevitabile dire che, se persino per i giovani americani il futuro è cosi fosco da provocare financo una riduzione delle nascite, quale futuro si può onestamente prevedere per i giovani italiani, o peggio, per quelli greci, continuando con questi programmi e queste riforme?

La realtà è che non sarebbe impossibile costruire un futuro migliore per tutti, ma di certo non lo si costruisce con le riforme che gli attuali politici ci impongono.