E’ Mamadou che lo sosteneva andando stamane alla stazione della nota compagnia dei bus Rimbo. Meglio prigionieri in Europa, diceva. Era partito due anni fa dal suo paese, la Guinea Conakry dalla disperazione. A scuola per qualche tempo grazie ad una suora per imparare il mestiere di piastrellista per far quadrare la sua vita. Ha tentato l’avventura passando per il Mali fino all’Algeria. Non lo pagavano secondo il lavoro che faceva. Il salario era settimanale ma ogni volta vi levano un po’ di soldi. Gli algerini sono razzisti, sostiene Mamadou come un’evidenza. I lavori più pesanti sono per i neri. Siamo tutti manovali ma gli algerini puliscono alla fine e noi facciamo gli scavi, sottolinea Mamadou. A parità di lavoro loro sono pagati meglio che noi neri. In Africa dovremmo viaggiare liberamente e parlava come un politico della Cedeao, l’Africa Occidentale come mercato. Alla frontiera di Arlit, col Niger, l’hanno obbligato a pagare 20mila franchi. In tasca non gli rimane che il passaporto che nessuno si degna più di controllare.

Meglio prigionieri in Europa, diceva Mamadou. Ha degli amici in Europa coi quali è in contatto tramite Facebook. Gli dicono che anche in Europa la vita è talvolta dura. Che senza i documenti si rischia la prigione o l’espulsione. Mamadou questo lo sa e con ragione dice che è meglio la prigione in Europa. La libertà di qui è inutile, sentenzia Mamadou come un filosofo greco. I migranti esportano la filosofia della vita camminando. Sviluppavano lo stesso concetto i migranti nigerini qualche tempo fa. Meglio le bombe della Libia che la fame del Niger. Una filosofia alternativa rispetto a quella insegnata nell’università statale Abdou Moumouni di Niamey. Una facoltà nella quale da anni si fabbricano decine di disoccupati. Meglio prigionieri altrove, dall’altra parte del mare, che liberi da questa parte. Mamadou torna in Guinea domattina presto passando da Bamako. Dovrà prima ricuperare i bagagli custoditi nell’altra compagnia di bus Sonef. Incontrerà forse il suo mestiere di piastrellista se nel frattempo le piastrelle non avranno anch’esse disertato il campo.

L’altro Mamadou è a metà originario della Sierra Leone e per l’altra metà della Guinea. Parla meglio il francese che l’inglese per via di sua madre. L’anno scorso era in Libia per tentare il mare. Dopo aver lavorato qualche mese era riuscito a mettere da parte i 400 dollari per pagarsi il viaggio. Ha dovuto negoziare col passeur perché gli chiedeva il doppio. Dopo due giorni di attesa nascosti in una camera hanno preso il mare nella notte. A bordo erano almeno 150 con un paio di donne come contorno. Poco dopo la partenza il canotto di plastica ha cominciato ad afffondare. Hanno potuto tornare a riva dove la polizia libica li arresta e li spoglia di quanto avevano nascosto per la traversata. Li hanno detenuti per tre settimane col cibo sufficiente a mantenerli in vita prima di abbandonarli al loro destino. Mamadou ha lasciato la Libia per rifugiarsi in Algeria. Anche lui manovale come la maggior parte dei migranti di Algeri. Ha lavorato per qualche tempo nella costruzione coi cinesi. Dodici ore di lavoro al giorno, una prigione a cantiere aperto.

Anche lui è d’accordo con l’altro Mamadou. Meglio prigionieri in Europa che liberi in Africa. Poi elenca la lista delle libertà perdute nei suoi due paesi di origine. Uno di nascita, la Sierra Leone e il secondo di elezione.Quest’ultima viene spostata più avanti ormai da anni, quando si sarà sicuri della vittoria. Nell’altro c’è stato l’Ebola a decimare quanto rimaneva dopo la guerra civile delle mani mozzate per non votare. A ruota seguiva la corruzione e la prigione della miseria nella sua famiglia. Non ha mai conosciuto suo padre e c’è sua madre che continua ad aspettarlo a casa. Il canotto stava naufragando e lui con gli altri hanno cominciato a gridare dalla paura. Hanno abbracciato la riva del continente che avevano lasciato alle spalle. Sono tornati alla libertà della prigione della quale volevano sbarazzarsi. Si è trovato come ospite dell’altra prigione in Libia con l’accusa di tentato crimine da traversata. E soprattutto con la scusa per rubare quanto aveva nascosto nelle tasche dei pantaloni cha aveva indossato per il viaggio. Nessun bagaglio, solo tre paia di abiti indossati, il cellulare e il resto dei soldi sparso tra il corpo da qualche parte. Lui si chiama Mamadou e con l’altro Mamadou partiranno domattina verso la libertà.

Niamey, agosto 015