Da una parte si smontano le accuse di fumus persecutionis avanzate nei confronti dei magistrati. Dall’altra si spiega che gli arresti domiciliari sono una misura debole ed è per questo che il Senato deve votare contro l’arresto di Antonio Azzollini, lasciandolo libero. Sono le due relazioni votate a Palazzo Madama sul caso del senatore del Nuovo Centrodestra “salvato” dagli arresti domiciliari con le preferenze fondamentali di almeno 60 senatori del Pd. Eccole qui le famose “carte” che hanno alla fine influito sulla “coscienza” dei senatori dem, e che vengono citate persino dal premier Matteo Renzi.  “Potrebbe esserci fumus persecutionis perché è una questione complessa. Si vota guardando le carte, chi lo ha fatto ha ritenuto di votare contro. Io credo alla buona fede e all’intelligenza dei senatori e dei deputati”, ha detto Renzi, intervenuto sull’argomento a 48 ore dal voto.  Ma cosa c’è dentro quelle “carte”, documenti talmente fondamentali che hanno tra l’altro fatto cambiare idea al Pd? I senatori dem in giunta per le Autorizzazioni avevano infatti votato a favore dell’arresto di Azzollini, cambiando però idea una volta che la questione era approdata a Palazzo Madama. Poche ore prima il capogruppo Luigi Zanda, aveva inviato una lettera ai colleghi per invitarli ad esprimersi “secondo coscienza”.

Un inedito cambio d’opinione: in giunta il fumus persecutionis da parte dei pm pugliesi non c’era, al Senato invece a quanto pare sì. E pensare che la relazione di Dario Stefàno, il presidente della giunta relatore della proposta favorevole all’arresto di Azzollini, è rimasta immutata in entrambe le discussioni. Così come pure quella firmata da Nico D’Ascola di Ncd, originariamente battezzata come “relazione di minoranza”, che ha poi convinto 189 senatori a votare no all’arresto di Azzollini. Dieci pagine a testa quelle utilizzate dai due senatori per analizzare i motivi per cui il Senato avrebbe dovuto dare il via libera, o bloccare, le richieste cautelari per Azzollini. E mentre Stefanò esponeva in maniera analitica i motivi che hanno portato  la procura di Trani a chiedere l’arresto per Azzollini, smontando poi le obiezioni della difesa sul tentativo persecutorio delle toghe,  D’Ascola spiegava invece come l’oggetto dei due giudizi, e cioè quello del Senato e quello della procura, doveva essere per forza diverso.

“Azzollini va arrestato perché continua ad esercitare potere”
“Riferisce l’autorità giudiziaria – è l’incipit della relazione di Stefàno – che nonostante l’ente (la Divina Provvidenza ndr) si trovi in amministrazione straordinaria sin dal dicembre del 2013 a distanza di oltre un anno dall’avvio del commissariamento, l’entourage del senatore continuerebbe ad operare all’interno della struttura e ad essere riconosciuto dai dipendenti della stessa quale espressione di un potere tuttora persistente”. In pratica, nonostante il commissariamento, il potere di Azzollini alla Divina Provvidenza sarebbe rimasto invariato. Ed è per questo motivo, spiega sempre Stefàno, che “l’autorità giudiziaria ritiene infatti che misure cautelari di portata meno incisiva rispetto agli arresti domiciliari non potrebbero garantire la collettività dal pericolo di reiterazione criminosa; nel caso del senatore Azzollini, infatti resterebbe immutato il potere di controllo per la regione che, essendo libero, potrebbe senza alcun freno portare avanti quella gestione occulta che ha contribuito a determinare l’irreversibile dissesto dell’ente”. In pratica se Azzollini rimanesse libero, come poi è successo, non solo potrebbe reiterare il reato, ma soprattutto continuerebbe ad esercitare potere sulla casa di cura e su tutte i personaggi coinvolti nell’inchiesta, a cominciare dalle suore, che interrogate non hanno risposto agli inquirenti. È per questo motivo che, per il presidente della giunta per le Autorizzazioni, Azzollini andava spedito ai domiciliari: decisione che viene in un primo momento avallata dai senatori del Pd.

Fumus persecutionis? “Ipotesi inconsistente”
È per ottenere il via libera all’arresto di Azzollini che Stefanò dedica la maggior parte della sua relazione a smontare la principale difesa del senatore del Ncd: ovvero l’esistenza del fumus persecutionis. “In verità la prova di tale dichiarata persecuzione resta confinata in documentazione piuttosto fragile, ai limiti della inconsistenza” scrive il senatore di Sel. Per Azzollini uno dei motivi che provava il fumus persecutionis nei suoi confronti era legato al fatto che sia l’inchiesta sulla Divina Provvidenza che quella sulla presunta maxi truffa al porto di Molfetta (che lo vede indagato) erano coordinate dalla procura di Trani. “Rispetto  alla presunta ostilità dell’ufficio precedente si è evidenziato che la cosiddetta indagine sul porto di Molfetta appartiene in realtà a magistrati diversi da quelli che hanno chiesto l’applicazione della misura cautelare, e parimenti diverso risulta il giudice per le indagini preliminari che ha firmato l’ordinanza cautelare”, scrive Stefanò: nessun intento persecutorio, ma reati diversi, pm diversi e gip diversi. “C’è di più, – continua il senatore di Sel –  poiché l’argomento incontra una ulteriore e definitiva smentita, nel punto di vista espresso dal tribunale del Riesame, la cui composizione collegiale, e persino autorevole, allontana la già remota possibilità di una congiura giudiziaria viziata da fumus persecutionis che avrebbe pervaso, a questo punto, il giudizio di ben sei magistrati, gli ultimi tre, come detto, distanti anche topograficamente”. A decidere gli arresti domiciliari per Azzollini sono stati ben sei giudici, e gli ultimi tre si trovano a Bari, altra città ed altra distretto giudiziario rispetto a Trani: nei confronti di Azzollini quindi non c’è alcuna persecuzione.

Arresti domiciliari? “Misura troppo debole, lasciatelo libero”
Eppure i senatori del Pd, dopo aver votato la relazione di Stefàno, preferiscono optare per quella di D’Ascola. Cosa scrive il senatore del Ncd per “salvare” il suo collega? Elenca una serie di principi, sganciati dalle famose “carte” che proverebbero il fumus persecutionis: dalla “conservazione della effettività delle funzioni che la Costituzione assegna alla giunta“, fino alla “necessità di conferire al giudizio della Camera di appartenenza il necessario margine di autonomia rispetto a quello riservato al giudice“. Poi viene al dunque: Azzollini non va arrestato perché “si deve qui giungere alla conclusione secondo la quale esigenze cautelari così affievolite non possono concorrere a delineare un quadro di assoluta inderogabilità”. Tradotto: gli arresti domiciliari sono una misura troppo debole, se Azzollini rimane libero è alla fine uguale. Una tesi inedita che ha incredibilmente convinto ben 189 senatori, che hanno sicuramente analizzato tutti i preamboli legislativi messi nero su bianco da D’Ascola prima di votare secondo coscienza. A meno che il vero intervento che alla fine ha salvato l’ex presidente della commissione Bilancio, non sia quello del senatore Tito Di Maggio. Cosa ha detto Di Maggio? Nessun riferimento legislativo, ma solo la giustificazione di quella frase, quel “vi piscio in bocca“, pronunciato dal senatore nei confronti di Suor Marcella. “Sono entrato spesso nel suo ufficio, è pieno di libri , di quotidiani e laddove c’è cultura non ci può essere mai volgarità”, ha spiegato Di Maggio intervenendo in aula prima del voto. Una difesa che in effetti appare quasi più convincente di quella di D’Ascola.

(ha collaborato Antonio Pitoni)