Sarkozy-Hollande, 1 a 0. Sabato 18 luglio il presidente francese François Hollande aveva assistito alla quattordicesima tappa che culminava all’aerodromo di Mende. C’erano in testa Thibaud Pinot e Romain Bardet. I due “galletti” si sono fatti infilzare come polli dal britannico Stephen Cummings che corre per la squadra sudafricana MTN-Qhubeka e li aveva superati in tromba a poche centinaia di metri dal traguardo. Hollande, tifoso di ciclismo, aveva mascherato abilmente il suo disappunto. Oggi al traguardo di Saint-Jean-de Maurienne, dove si è conclusa la diciottesima tappa di questo Tour de France addormentato da Chris Froome, ha fatto capolino l’ex presidente Nicolas Sarkozy. Il capo dei Repubblicani afferma di pedalare per 60 chilometri al giorno e di farlo nelle ore più fresche, prima che il sole trasformi l’asfalto in una graticola: “Quando i miei amici si permettevano il motorino, io lavoravo per pagarmi la bicicletta”, ricorda, con orgoglio. Si diverte a straccare e sfidare gli uomini della scorta, obbligati a seguirlo in bici, costretti soprattutto ad allenarsi duramente per tenere la sua ruota: “Anche in bicicletta voglio essere il migliore…”. Un Sarko in piena forma.
“Lo sport delle due ruote è una delle passioni della mia vita. Non mi piace correre in pianura, amo le salite, appena la strada s’impenna mi impegno al massimo, mi piace spingere sui pedali sino all’esaurimento delle mie risorse”, dice l’ex presidente francese che però oggi non ha sfoggiato la sua abituale divisa nera da ciclista ma si è presentato indossando un impeccabile completo blu scuro, “da piccolo immaginavo di ripetere le imprese dei miei idoli che correvano al Tour de France”. Il preferito era Jacques Anquetil, non Raymond Poulidor, l’eterno secondo della Grande Boucle. Insomma, in Francia lo sport delle due ruote è davvero istituzionale, non a caso chiamano la bici la “reine des routes”, la regina della strada. Ebbene, Sarkozy è ben più fortunato di Hollande, o forse ne capisce di più: assiste infatti all’arrivo trionfante del giovane Romain Bardet, da uomo solo al comando. Romain ha domato il temibile Col du Glandon e i suoi ventidue chilometri di lunga arrampicata; in discesa è riuscito a non farsi ripigliare, ha affrontato gli ultimi diciotto asfissianti “lacets” di Montvernier posti a ridosso di St-Jean-de-Maurienne, diciotto spettacolari tornanti che si sovrappongono per tre serrati chilometri con pendenze comprese tra il 7 e il 12 per cento: una novità del Tour, ereditata dal Giro del Delfinato. Lacets, ossia lacci: coi quali ci si va a impiccare.
Con intelligenza, il futuro manager Bardet (studia business alla Grenoble École de Management) – nato sotto il segno dello Scorpione (9 novembre 1990) e una carriera già importante (l’anno scorso è stato il sesto del Tour) – dosa lo sforzo senza imballarsi, tiene duro, mantiene una quarantina di secondi sugli inseguitori, esulta, solleva il pugno della mano sinistra e poi quello della destra, infine stringe con entrambe le mani il caschetto, come a dire, “è vero, ce l’ho finalmente fatta!”, perché quella di oggi è la sua più bella vittoria, è dall’inizio del Tour che la cercava, e  la più importante: la montagna esalta il ciclismo, crea la leggenda delle due ruote. Ci sono tappe di montagna che restano impresse nelle gambe magari qualche ora, ma nella testa e nel cuore ci rimangono per sempre. Non basta. Sarkozy incassa anche il secondo posto di Pierre Rolland, il settimo di Cyril Gautier, il decimo di Warren Barguil: un trionfo: “E’ straordinario quel che hanno fatto Bardet e gli altri corridori”. Uno spot impagabile, per il rivale politico di Hollande. Che la piccola, provinciale polemica sul fatto che è stato impedito alla gente di accedere ai “lacets” del Montvernier non intacca. Gli organizzatori hanno fatto bene. Troppo stretta la stradina, anche per le ammiraglie.
Veniamo alla crème del Tour. Vincenzo Nibali è stato il più vivace dei migliori. Alberto Contador ha provato un allungo sul Glandon, Froome non ha battuto ciglio quando gli si è avvicinato uno dei suoi: “Lascialo andare”. L’hanno riacciuffato in discesa. A stoppare Nibali ci ha pensato Alejandro Valverde, che in salita però ha penato un poco. Froome ha narcotizzato gli avversari, ma mi è parso leggermente affaticato: “Mi hanno attaccato sempre, e non solo gli avversari in bicicletta. Mi sento sotto attacco ogni giorno, ogni momento, in ogni angolo”, risponde, “domani c’è una tappa molto più impegnativa rispetto a quella, già pesante, che abbiamo appena concluso”. Vuole portare l’amico e compagno Geraint Thomas sul podio, “in questo Tour ci sono tanti piccoli Tour: dalla maglia a pois a quella per squadre. Correndo il Tour vivo il mio sogno: sono felice, nonostante veleni e polemiche. Oltre a vincerlo, il mio  più grande obiettivo è quello di essere il corridore migliore”. Non vuole sacrificare la squadra per una vittoria di tappa, gli basta mantenere la maglia gialla. E i sospetti? “Ogni giorno mi controllano, hanno gli strumenti per farlo al meglio, quando è necessario, il primo ad esserne contento sono io”. Il rapporto con Nairo Quintana? “Lo rispetto. Per questo ci parliamo in corsa. Mi piace il suo modo di attaccare, lo fa come me”. Poi esce fuori con una frase molto british: “E’ giovane e ha un futuro brillante”, sono i complimenti gratis perché sei educato. In corsa, Froome francobolla il colombiano…
Diciamo che ci sono state più domande che risposte. Paragoni alticci – nel senso del vino – tra salite di Savoia, monte Everest, e l’Hillary del pedale. Froome, che è sempre sobrio nei giudizi e nelle analisi sintetiche della corsa e di quel che ci sta attorno, ha ripetuto che vuole migliorarsi, superare cioè i propri limiti. Umano, troppo umano.
Ho incontrato Claudio Corti, ex corridore e veterano dei direttori sportivi (attualmente dirige la Colombia, che parteciperà alla Vuelta). Fu lui a scoprire nel 2008 il giovane promettente Froome che correva per una piccola squadra sudafricana, il Team Konica Minolta. Lo portò in Italia, alla Barloworld. Chris visse due anni a Chiari (parla e intende bene l’italiano): “Lo portai al Tour del 2008, alla penultima tappa, una crono di oltre cinquanta chilometri, si piazzò quattordicesimo. Un risultato molto buono”. Froome “non aveva un bello stile di corsa, e anche oggi, se lo guardi, vedi che è molto dispendioso. Ma è migliorato tantissimo. E’ più potente, è forte, più resistente. Come carattere lo ricordo serio, concentrato, ambizioso. Voleva diventare un grande campione. Ci è riuscito”.
ps.: non invidio la biondina Lisa Bardet, sorella di Romain il vincitore, che lavora in sala stampa. Assediata dai giornalisti che le chiedono: ci racconti com’è tuo fratello? Piuttosto, perché non chiederle: ci racconti com’è sua sorella?