Il disco arancione baciava lascivamente le acque nel baccanale muto, violento e inebriante di un tramonto alle Cayman. Quando il Supremo parlò l’aria sembrò rarefarsi per lasciar diffondere quella voce sinistramente tagliente: “Quegli imbelli del Bilderberg stanno scazzando di nuovo”. Il mio sguardo istintivamente controllò lo schermo che riversava immagini satellitari dall’Iraq, prima che mi azzardassi a osservare: “Eppure le conquiste dell’Isis procedono senza intoppi. Forniscono persino carburante alle nostre portaerei, migliore di quello iraniano …”.

Mi interruppe l’impercettibile flusso di sangue che tese per un attimo la vena sulla sua tempia: “Si tratta della Grecia”. La Grecia! Era sparita dal mio schermo radar mentale da almeno un anno, relegata tra le faccende (tipo i servizi sociali del Berlusca) da delegare a magliari di quart’ordine come il Bilderberg o l’Aspen che assoldiamo quando non troviamo di meglio.

“Quel somaro di Samaras recalcitra. Non segue gli ordini alla lettera. Il suo profilo psicologico sta subendo un’involuzione verso il quadrante levantino. Ogni volta che torna da Bruxelles il chip segnala che il retto ha contrazioni spastiche per timore della masnada”.

Aprì un file sullo schermo 3D e proseguì: “In Grecia sinistra, destra, centro, nazisti, comunisti, industriali è tutto lo stesso verminaio di incapaci. Dovremmo provocare i Turchi e farla invadere, ma poi quelle mezze checche isteriche inglesi che abbiamo messo a gestire Goldman Sachs, se non possono più sollazzarsi a Mikonos mi sfasciano i cabasissi”. Non abbandonava mai il vezzo di rifare il verso ai maître letterari.

L’espressione beffarda che colsi nel mio volto riflesso sul terminale Bloomberg si fuse in un torbido incesto con le mie parole: “Allora creiamo una sinistra nuova di zecca, esageratamente estrema, comicamente intransigente che sappia imporre sul serio politiche di destra”. Il Supremo annuì serrando le labbra in un ghigno tremendo.

Innanzitutto occorreva uno stucchevole profilo telegenico, uno che infervorasse le folle, ma soprattutto le intellettualoidi borghesi e le tardone sessantottine che si sdilinquiscono appena sentono la parola “popolo” in bocca ad un maschietto aitante. Non fu facile in un paese dove pigrizia e moussaka devastano gli addomi pelosi e lo sport è considerato una punizione divina.

Alla fine reclutammo un tizio con un cognome da supposta bulgara, ma con un passabile phisique du role. Gli mettemmo attorno tutto quanto riuscimmo a raccattare su piazza: anarco-insurrezionalisti, troszkisti, maoisti, spartachisti, spie, laccaculi da sottogoverno, burocrati, ex terroristi, evasori, riciclati del Pasok.

I focus group del marketing politico scelsero il marchio Syriza che evocava nella gioventù greca (ed europea) un misto di iniezioni di eroina e cartine per rollarsi le canne. Per il lancio serviva una marea di soldi, ma ricorremmo a degli oligarchi russi convinti di potersi sostituire alla Siemens nella vendita di ferrivecchi alle Forze Armate. Tralascio di sottolineare l’infinito spreco di fondi nel fornire di armi soldati vestiti con tutu da ballerine della Scala e pon pon su scarpe modello Clarabella.

Rodammo la macchina della propaganda nelle elezioni europee anche in Italia (il colpo gobbo di associare la lista ad un bel tornito culo femmineo fu incredibilmente un parto dell’entourage di Vendola). Con la vittoria di Syriza alle politiche si entrò nella fase cruciale. Toccò affiancare a Tsipras un personaggio più macho per dare al volgo l’impressione di incrollabile determinazione nello scontro con la Trojka, finto quanto un match di boxe a Las Vegas.

Fu ingaggiata un’unità speciale di fanciulle di buona famiglia che selezionassero il sex symbol bolscefigone. Quando vidi il prescelto mi crollò addosso il firmamento con tutti gli astri. Era una sottospecie di sosia di Checco Zalone, ma le fanciulle mi implorarono di fidarmi del loro istinto. Dopo la plastica facciale che gli conferisse un’aria da brigantello romantico il ciclone Varoufakis travolse i media in un sabba frenetico, grazie a generose aspersioni di scie chimiche.

Varoufakis era il consulente un po’ sfigatello di una società che produce videogiochi, la Valve, ma sbrigativamente, per assonanza, lo spacciammo come esperto di teoria dei giochi, una roba astrusa e perfettamente inutile, ma che provoca un misterioso potere eccitante sulla psiche dei nerd.

Aggiungemmo all’immagine una moglie glamour, straricca, con favoloso attico completo di terrazza da sogno con vista sul Partenone per captare il pubblico radical chic che tiene in bella mostra i volumi di Zygmunt Bauman nel salotto, ma in realtà divora solo foto e titoli di Novella 2000 e Dagospia. Il cappotto di pelle sadomaso e la collezione di moto tamarre sconvolsero l’immaginario collettivo della gauche caviar, aragoste & champagne. Piketty sprofondò in una spirale di convulsioni nervose causate dall’invidia.

Per non farci mancare niente, fu formato un governo con la destra militarista, antisemita e nazionalista.

Tsipras e Varoufakis iniziarono la spola tra Atene e Bruxelles, quando non erano a far bagordi con Putin che insieme a loro leniva lo spleen per la mancanza di Berlusconi. Non afferravano una mazza di quello che sentivano ai vertici e tantomeno di quello che ripetevano dal copione che a fatica riuscivamo ad inculcare loro. Erano delle frasi sconnesse declamate in tono roboante per irritare gli astanti, condite di insulti, cifre a casaccio e profferte irriferibili alla Lagarde (che per sua fortuna era abituata ai tipi alla Strauss Kahn).

Dopo cinque mesi di puro teatro dell’assurdo, gli altri ministri e premier europei cominciarono a sospettare il marcio (stimolati dai nostri input subliminali) e decisero di mettere la coppia alle strette con una proposta chiara. Si apprestava il passaggio decisivo.

Il panico si abbatté su Tsipras e Varoufakis. Non erano in grado di decifrare nemmeno una riga del documento. Deputati e militanti di Syriza urlavano stravolti appena la coppia appariva in Parlamento o alle interminabili quanto sterili riunioni di partito. Loro rispondevano col pugno alzato, per sedarli.

Quando i due udirono la proposta di referendum si abbracciarono commossi. Tutta la sinistra del globo terracqueo ancora ululava al ricordo del referendum indetto da Papandreou e miseramente annullato. Da allora nei più ingenui si era impiantato un riflesso pavloviano che scattava appena veniva pronunciata la parola democrazia, soprattutto a sproposito.

La gente era in estasi! Avrebbero vendicato il referendum scippato dagli esecrati eurocrati tecnocrati ultraliberisti, a cui anelavano da anni. Un referendum su materie fiscali che la Costituzione vietava esplicitamente, convocato in fretta e furia contro tutte le più elementari regole internazionali, senza che si sapesse su cosa esattamente si votasse. Ma i pavloviani la democrazia l’avevano rimirata a malapena in cartolina, quindi bastava qualche slogan dei nostri accoliti in piazza Syntagma per aizzarli come mastini in una macelleria.

Ma il colpo di genio assoluto, il pinnacolo della perfidia, beh, quello fu esclusivamente mio. Il piano iniziale prevedeva la vittoria del SÌ e il mesto ritorno dei pecoroni all’ovile dalla Trojka. Alla vigilia del voto mi colse l’illuminazione folgorante. Era il NO a dover prevalere in modo schiacciante. Far illudere per una notte le schiere ciarlanti, da Krugman a Fassina, da Stiglitz a Di Maio, da Iglesias a Salvini, da Grillo alla Le Pen di aver vinto, assistere al sabba incontenibile per le strade di Atene, sentire i proclami narcisistici contro capitalismo, liberismo, banchieri e Trojka avrebbe dato vita ad un epico Truman Show di cui distruggere voluttuosamente il dozzinale fondale di cartapesta. L’attrice che impersonava la moglie di Varoufakis finse di non reggere alla compassione e gli rivelò tutto in lacrime da cipolla. Il bolscefigo intuì confusamente che era meglio dileguarsi all’istante e sparirono inforcando una moto insieme.

Tsipras invece lo lasceremo ancora un po’ sul proscenio. Assistere alla sinistra più irriducibile ed esagitata del pianeta, con un ministro dell’Economia marxista-leninista (solo a Oxford ne ho trovato uno autentico), votare a capo chino ed imporre crudelmente il programma di austerità più severo della Storia (dopo la bocciatura della versione edulcorata nel referendum farsa) non ha prezzo. Per tutto il resto c’è Merkelcard.