Domenica scorsa, comunque la si pensi, un popolo ha detto la sua sul modo in cui intende stare nella Comunità Europea. Assai probabilmente, si è trattato un momento storico perché il premier ellenico Tsipras ha attivato un corto circuito partecipativo tra il suo popolo i piani alti dell’Unione Europea. Acquisendo il merito di accorciare drammaticamente le distanze tra la forza dirompente della volontà popolare e le stanze dei bottoni. Si invoca da anni un maggior coinvolgimento del popolo attraverso più forti dinamiche partecipative e quel sonoro no (Oxi) ha un peso specifico di inevitabile portata storica. Piaccia o no. Va anche ricordato che da anni si lamenta la mancanza di politiche comunitarie che privilegino i popoli rispetto agli interessi delle banche e degli speculatori finanziari; per cui, sorprende che proprio ora che un popolo si riprende sovranamente il suo spazio sulla ribalta continentale si sia sollevato uno stormo d’infinite eccezioni. Preoccupazioni, critiche, censure.

Va detto che, qualunque sia la responsabilità dei passati governi greci in termini di errori strategici nel contenimento del debito e nell’incapacità di por mano alle necessarie riforme, fanno una certa impressione i dati sulle modalità di spesa degli aiuti alla Grecia. Infatti, come illustrato con inequivocabile chiarezza da Massimo D’Alema, dei 250 miliardi di euro di aiuti alla Grecia, una grandissima parte sarebbe stata acquisita dalle banche sotto forma di interessi.

Qualcosa non va, in tutta evidenza, sic stantibus rebus, se in un’Europa di popoli fratelli ci debba essere chi lucri sulla difficoltà altrui, con strani “conflitti di interessi”; e non è solo un gioco di parole, evidentemente.

Lasciano ben sperare le parole di Pablo Iglesias, leader di Podemos, nel Parlamento europeo, che ha aperto credito politico nei riguardi del popolo greco, confermando la necessità di una immediata revisione del modo in cui i popoli devono e vogliono stare in questa comunità di popoli. Riporto le sue parole, prive di traduzione in quanto perfettamente comprensibili: “Defender hoy al pueblo griego y a su gobierno es defender a Europa, y ten por seguro, Alexis, que los tiempos están cambiando, 2015 es el año del cambio y muy pronto seremos mas fuertes”.

È fuori di ogni dubbio il fatto che ci sia una esigenza maggiore democrazia e partecipazione e di una flessibilità che tenga conto delle specificità locali di questo continente, piuttosto che un’induzione alla forzata imitazione di modelli irraggiungibili e incompatibili. Occorre una valorizzazione delle differenze che si traduca in maggiore ricchezza per tutti. Appare evidente che non piace alla gente di Grecia – e non solo – una politica prostrata agli indici finanziari. Il NO greco sancisce in modo inequivocabile l’epilogo inevitabile del fallimento dell’austerity. L’Europa deve guardare alle economie del Mediterraneo valorizzandone le potenzialità, tenendo tuttavia in debito conto le propensioni a differenti modelli di riferimento. Non potrà mai esserci uno sviluppo reale, sulle sponde del Mediterraneo, se le popolazioni che vi si affacciano continueranno a guardare alla propria realtà con gli occhiali di altre genti.

Ci aspettiamo incentivi veri a uno sviluppo sostenibile che valorizzi il patrimonio culturale, che non mortifichi le dotazioni paesaggistiche con sfruttamenti dissennati di risorse, che esalti i collegamenti portuali come l’impiego delle rinnovabili, che colpisca con durezza chi si macchi di reati ambientali. Ci aspettiamo premialità per quelle amministrazioni che coraggiosamente imboccano strade virtuose e non politiche di banalissimi “tagli lineari” che colpiscano tutti, senza discriminazioni. Rivedere il rapporto tra l’Europa e il Mediterraneo. Che non sia solo l’orizzonte da cui arrivano gli ospiti indesiderati o in cui annegano i sogni dei “clandestini”, ma la dimensione in cui i popoli della sua frontiera liquida sappiano liberare la propria creatività.

Scriveva Franco Cassano, in proposito, parole illuminanti: “La camicia di forza di cui parliamo è nella pervasività della metafora dell’azienda, nei dogmi della competizione internazionale amministrati dai sacerdoti del PIL, nell’edonismo sistemico del consumo, nell’apologia della volgarità di massa”. “La polis non è pensabile senza l’inquietudine e la fedeltà complessa che nasce dalla natura duplice di chi vive sulla costa”.