L’articolo 4 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Il “diritto al lavoro” è qualcosa di davvero speciale, che nel mondo non è riconosciuto da tutti gli stati. Questo concetti sono illustrati in modo affascinante da Roberto Benigni.

“…Se non ho il lavoro non sono niente, perché sono morto fisicamente e anche socialmente, senza il lavoro non sono nessuno…”

“…con la disoccupazione le persone non perdono solo il lavoro, ma perdono se stesse, e stanno male… e fanno stare male gli altri, e perdiamo tutti quando non c’è lavoro, perché [questa situazione] produce infelicità…”

”…quando lavoriamo, non modifichiamo solo l’oggetto al quale stiamo lavorando, ma modifichiamo noi stessi, diamo una forma alla nostra vita… dentro la busta paga non troviamo solo i soldi ma anche un’altra ricompensa: noi stessi… quella paga non è avere: è essere… essere! [applauso scrosciante che Benigni rimanda alla costituzione]… è la nostra dignità… la nostra indipendenza… la nostra vita! [Finale in crescendo]

Il comico toscano quindi insiste molto sulla bellezza del lavoro e sul suo fondamentale ruolo sociale. Infatti, afferma che “il lavoro è sacro e ogni legge che va contro il lavoro è un sacrilegio”. Non sembra però che chi come lavoro invece scrive leggi abbia recepito appieno questi principi.

Nei decreti di attuazione del “Jobs Act” è prevista una modifica sostanziale al diritto al lavoro per le persone diversamente abili: la modifica dell’articolo 7 della legge 68/99. Che cosa significa praticamente? Attualmente, i datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere un certo numero di persone diversamente abili in funzione delle dimensioni dell’azienda. Una parte di questa quota deriva da chiamate nominative, e una parte deriva da una graduatoria nella quale gli iscritti sono ordinati secondo una serie di parametri tra cui il reddito e la situazione familiare.

E’ una situazione perfetta? Assolutamente no, dato che i controlli sono rari e le sanzioni per chi non rispetta quest’obbligo sono difficilmente erogate. Inoltre molte Regioni hanno graduatorie non aggiornate. E’ corretto anche segnalare l’esistenza di situazioni spiacevoli, nelle quali la persona diversamente abile è indicata in modo fittizio con diversi familiari a carico per avanzare in graduatoria.

Piuttosto che affrontare le criticità di questa legge, sembra essere stata scelta un’altra strada. Si può peggiorare? Ci si sta provando. L’articolo 6 del recente decreto attuativo vuole “semplificare” questa situazione, rendendo possibile l’assunzione esclusivamente tramite chiamata nominativa diretta. Quale sarà la più immediata conseguenza di questa norma? Che le persone con una situazione più difficile saranno quelle meno richieste, con i datori di lavoro che in pratica potranno aggirare lo spirito della legge assumendo solo le persone meno gravi possibili, alla faccia dell’effettivo “diritto al lavoro”.

Al di là dei danni effettivi, è soprattutto il principio devastante che questa norma insinua. Per avere dei minimi vantaggi (non appesantire il datore di lavoro con individui “troppo problematici”) si esclude una serie di persone dai benefici dell’art.4 della Costituzione. Dato che (ancora) non è in discussione #labuonacostituzione, è auspicabile che questa insana proposta sia ritirata, e non rimanga altro che una battuta riuscita male di un comico toscano.