Pene ridotte e un nuovo ritardo: non solo l’introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano dovrà aspettare ancora, ma la formulazione sarà annacquata rispetto all’ultima versione approvata dalla Camera. E’ da marzo 2013 che il Parlamento si rimpalla il disegno di legge a causa delle spaccature interne e della volontà dei politici di non arrivare a un risultato: oggi la commissione Giustizia del Senato ha introdotto delle novità al testo che, se l’Aula le confermerà, dovrà tornare a Montecitorio. I tempi si allungano ancora quindi, nonostante ad aprile scorso sia stata la stessa Corte europea dei diritti umani a condannare l’Italia per i fatti alla scuola Diaz durante il G8 del 2001 e abbia messo in evidenza il fatto che da 30 anni l’Italia non abbia un reato che punisce la tortura. Con gli emendamenti approvati si ritorna in parte alla impostazione originaria approvata dal Senato. Un dato è certo: la volontà ferma di non configurare un reato contro le forze dell’ordine. A difendere il testo è però lo stesso capogruppo Pd in commissione Giuseppe Lumia: “Così è più bilanciato”.

La nuova formulazione del ddl prevede una riduzione delle pene, ad esempio: un pubblico ufficiale che commette il reato non rischia 15 anni, ma 12. Non solo. Si ‘contestualizza’ meglio ciò che fa scattare la pena di dieci anni da parte di chi provoca violenza su una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia: “reiterate” violenze, minacce “gravi”, l’agire “con crudeltà” il cagionare oltre a sofferenze fisiche anche “un verificabile trauma psichico”. Cambiato anche il comma relativo alle forze dell’ordine. Un pubblico ufficiale rischia il carcere se commette i fatti “nell’esercizio delle funzioni”: eliminata la parte che prevedeva “con abuso di poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio”. Ed ancora, nel testo modificato alla Camera se si causa la morte, in maniera non voluta, si rischiava l’aumento delle misure cautelari di due terzi, ora si torna al testo del Senato, che prevede 30 anni. Novità anche per i respingimenti: non sono ammissibili quando la persona rischia la tortura nel suo paese d’origine e non solo la persecuzione, che per alcuni senatori avrebbe bloccato qualsiasi provvedimento di estradizione.

“Il testo che arriva in Aula”, ha detto il senatore Pd Lumia, “è in grado di inserire con rigore nel nostro Paese finalmente il reato di tortura e nello stesso tempo evitare che possano essere messe in discussione le prerogative costituzionalmente previste delle nostre forze dell’ordine ad agire in modo legittimo e democratico nel mantenere la sicurezza del Paese”. Viene dunque “formulato in maniera rigorosa il reato di tortura ma non vengono precluse le funzioni costituzionalmente previste delle nostre forze dell’ordine“. Del resto, la posizione del ministro dell’Interno Angelino Alfano, ribadita pochi giorni fa è sempre stata chiara: “Abbiamo fatto una battaglia per impedire che fosse concepito un reato di tortura contro le forze di polizia”. E l’obiettivo sembra essere stato per ora raggiunto.

Proprio oggi la mamma di Federico Aldrovandi, il ragazzo di Ferrara ucciso da quattro poliziotti, annunciava il ritiro delle querele nei confronti del senatore Carlo Giovanardi e dell’agente di polizia Paolo Forlani perché non vuole “sapere nulla di loro”. Protesta anche Patrizia Gonnella, presidente di Antigone: “Purtroppo era nell’aria e si capiva che la discussione si stesse incanalando nel sentiero sbagliato, fin da quando la Commissione giustizia del Senato ha audito informalmente solo i capi di tutte le forze di Polizia. Il ping pong parlamentare rischia di rendere tutto evanescente e di non far arrivare a nulla”. Gonnella ha anche criticato la nuova formulazione: “Questo ramo del Parlamento pare reintrodurrà il plurale nel caso delle violenze, cosa che porterebbe a a configurare il reato solo nel caso in cui siano commesse reiterate violenze. Per cui andrebbe impunito il mono-torturatore, quello che per una volta ad esempio usi violenza inaudita fisica o psichica (ad esempio minaccia di morte i figli della persona sotto custodia legale). Un delitto che, così come configurato dalla Commissione giustizia di Palazzo Madama, sarà ancora più generico del già generico testo approvato dalla Camera. Il ping pong parlamentare rischia di rendere tutto evanescente e di non far arrivare a nulla”.