Appartengo a una generazione che ha troppo a cuore il “diritto allo studio” per non provare un drammatico senso di allarme nella lettura delle notizie di oggi, inerenti un emendamento al ddl della Pubblica Amministrazione secondo cui, come riporta il Corriere della sera (3 luglio 2015), “Nei concorsi pubblici a fare la differenza non sarà più solo il voto di laurea, ma potrà contare anche l’università. Così un emendamento, appena approvato, al disegno di legge della Pubblica amministrazione in discussione in commissione in seconda lettura alla Camera, che parla di «superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso» e «possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato».

La proposta permetterebbe , in sostanza, di “ponderare” i titoli di studio conseguiti negli atenei italiani in base a dei punteggi, presumibilmente dei coefficienti, che premierebbero quelli più virtuosi, puntando a una specie di giusto riequilibrio. Il tuo 110 val meno del mio, lo dice il coefficiente. Un intervento che parrebbe immotivato visto che, a ben pensarci, se davvero il laureato della blasonata università di turno è così tanto più preparato del suo collega dell’università meno virtuosa, ci dovremmo aspettare che la sua smagliante preparazione, il suo brio dialettico e un curriculum pregno di debordanti genialità stravolgano la povera commissione d’esame con un indubbia superiorità prestazionale, sbaragliando i propri rivali intorpiditi e gongolanti nel loro titolo, parzialmente millantato. Almeno con riferimento ai punteggi. Perché ricorrere al doping di un punteggio discriminatorio? Sarebbe più fair, no?

Così, un avvocato o un ingegnere con 110 e lode potrebbero vedersi ridotto o sottostimato il proprio punteggio ai fini concorsuali solo per aver conseguito il proprio titolo di studio in una università che, in base a qualche classifica, o a qualche calcolo sulle medie dei voti della facoltà di provenienza, si trovi in qualche modo ad occupare posizioni meno brillanti.

Dalle colonne de La Repubblica (sempre di oggi) un professore dell’università Roma Tre dichiara che “in modo surrettizio, si introduce l’abolizione del valore legale del titolo. Dello stesso avviso, sul Corriere, il presidente della Conferenza dei Rettori, Rettore dell’Università di Bergamo: “Non sono un giurista ma un ingegnere, però dico: se esiste il valore legale del titolo di studio la laurea deve pesare allo stesso modo. Oppure hanno pensato di intervenire abolendo il valore legale del titolo di studio?”

A quello fa pensare, in tutta onestà, una proposta che punti a rimodellare la “geografia dei punteggi” di laurea in base a requisiti tutti da definire, visto che si tratta di una “norma delega”, che sancisce dei principi generali. Proprio questo, il punto. I princìpi stessi destano più di qualche preoccupazione. Preoccupazione che si fa più concreta quando sempre su la Repubblica si leggono tra virgolette delle parole attribuite persino al Premier Renzi, che cito letteralmente: “esistono già università di serie A e di serie B in Italia, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo”.

Un discrimine sismico tra gli atenei italiani, quello che potrebbe scaturirne. Chi si iscriverebbe di buon grado ad una università sottostimata? Potrebbe essere un colpo troppo pesante soprattutto per le università medio-piccole, già gravate dai continui tagli ai fondi sulla ricerca, se venissero a mancare gli iscritti e i relativi versamenti di tasse.

In realtà, nulla di nuovo sotto il sole, visto che in altri paesi esiste già una netta distinzione tra gli atenei. In Gran Bretagna ad esempio, esistono università college dai costi proibitivi a cui accedono solo le famiglie più abbienti e che danno sbocchi professionali più consistenti delle altre. E poi, a ben pensare, l’abolizione del valore legale dei titoli di studio è una questione vetusta persino in Italia, visto che già nelle carte del vecchio Piano di Rinascita Democratica si leggeva, tra i provvedimenti economico-sociali l’invocata “abolizione della validità legale dei titoli di studio per sfollare le università”.