Come avevo scritto in uno dei miei ultimi post, ho intenzione di scrivere qualche nuova idea insieme ad una studentessa di medicina, Marta Tilli, che si è resa disponibile. Un nuovo rapporto epistolare pubblico che spero possa essere utile ai cittadini ma soprattutto a chi ha il compito di organizzare e preparare le nuove generazioni di medici.

Partiamo dai fondamenti di una buona sanità: il rapporto medico-paziente.

Scrive Marta: “Quando vuoi fare qualcosa per qualcuno, se la fai senza di lui la fai contro di lui”. Un quadretto con questa frase era appeso nel reparto che ho frequentato presso il centro oncologico Paul Papin di Angers in Francia. Queste parole sono fondanti secondo me nel rapporto medico paziente. L’importanza della condivisione e della comprensione del percorso di cura da parte dell’ammalato è stata sottolineata nel recente convegno ‘The golden bridge: communication and patient safety’, una riunione di esperti internazionali provenienti da Europa, Usa e Australia svoltasi in Toscana. Il professor Liam Donaldson, responsabile del dipartimento di sicurezza del paziente dell’Oms, ha detto che una delle principali cause di eventi avversi in ospedale è la cattiva comunicazione tra operatori e tra operatori e pazienti.

Da studentessa mi chiedo: quando si impara davvero la comunicazione? Sebbene i concetti di informare il paziente, di paziente che deve condividere e ‘acconsentire’ a tutte le terapie, di relazione e interazione medico paziente come momento fondamentale del percorso di cura siano ormai più o meno acquisiti (almeno a livello di insegnamento e per la mia esperienza), il come fare tutto questo resta non trattato a livello di corsi universitari. Durante il corso di laurea non c’è un esame di ‘comunicazione’, almeno non nella mia facoltà. E in realtà non sono nemmeno tanto sicura che servirebbe o basterebbe. Perché probabilmente molta della comunicazione si impara sul cosiddetto campo, cioè in ospedale. Ma problema comune a molte università italiane sono la scarsità e la cattiva qualità del tempo passato in reparto. Col risultato di lasciar tutto alla sensibilità individuale.

La fiche di valutazione che avevo per il tirocinio a Montpellier (sempre Francia) presentava come primo punto: saper essere, relazione dello studente col paziente e con l’equipe. I medici ci osservavano e correggevano atteggiamenti e modalità di espressione. Ovviamente ognuno secondo la sua sensibilità, ma comunque una sensibilità addestrata da anni di esperienza. Comunicare bene è importante per tutti e diventa essenziale quando la comunicazione non è più solo informazione. Soprattutto per le persone anziane, sole o emarginate, la relazione medico paziente è tempo di cura, vera e propria terapia. In base alla mia piccola e relativa esperienza, è bene partire dall’ascolto (e questa è una azione che lo studente di medicina, per fortuna, impara dal primo giorno)”.

La prima cosa che mi viene alla mente è che Marta se ha queste idee di comunicazione e, secondo una legge di comunicazione definita come ‘il mercato delle donne’, riuscisse a diffonderle farebbe sicuramente un lavoro utile alla comunità, ed in particolare ai colleghi, donne e uomini, di facoltà. Anzi la metterei in cattedra nella facoltà di medicina di Firenze honoris causa. Che ne dice Matteo Renzi?

Ma come deve essere quindi il rapporto medico paziente? Cosa dovremmo insegnare ai giovani futuri medici? Forse occorrerebbe partire dalla Costituzione che all’articolo 32 recita: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Bene se ritorniamo al rispetto della persona umana, in particolare quella che per condizioni fisiche è in sudditanza, noi avremo fatto il nostro dovere di medico. Il medico ha l’obbligo morale e materiale di fare una diagnosi nel rispetto della persona ed in seguito ad essa di consigliare una terapia. Per nessuna ragione deve allungare per motivazioni non cliniche, il tempo della diagnosi e della terapia. Ma come parlare? Con le parole più semplici possibili, facendo esempi che si riferiscano al quotidiano.

Facciamo un esempio per capirci e per insegnare a Marta quella comunicazione indispensabile per acquisire fiducia. In oculistica esiste una patologia che si chiama glaucoma che può portare a cecità mentre se diagnosticata in tempo può essere semplicemente curata mettendo gocce oculari per abbassare la pressione dell’occhio. Per fare diagnosi, ed iniziare una terapia, uno degli esami importanti è la pachimetria corneale che studia lo spessore corneale: a spessori maggiori pressioni inferiori. Nel rapporto medico-paziente a volte basta perdere qualche minuto in più. Basta estraniarsi dal proprio vissuto per entrare in quello che di fronte a te pende dalle tue labbra e, ad esempio, spiegare che la pachimetria è come lo studio dello spessore dello pneumatico. Se lo spessore è grande, quando è nuovo, può contenere anche un quantitativo di aria maggiore senza deteriorarsi, al pari dell’occhio. Quindi se si ha la fortuna di essere stati ‘costruiti bene’ spesso non servono terapie. Un risparmio di soldi per la società e di preoccupazioni psicologicamente importanti per il paziente.

Spesso cara Marta prima di far firmare i vari consensi alle terapie ed agli interventi, quello sì vi viene insegnato perché serve a ‘proteggere le spalle’, occorre parlare, parlare, parlare. E come dici tu ascoltare, ascoltare, ascoltare. Semmai ripetere e sempre, prima di salutare un paziente, occorre chiedere se si è stati sufficientemente esaustivi. Chi ti saluterà quando ti avrà incontrato dovrà sentirsi appagato delle tue parole, qualunque esse siano. Ti aiuterà nel tuo compito di medico: farlo guarire quando possibile, magari anche solo con una parola in più psicologicamente importante.