Quando ha realizzato che per lui non c’era più niente da fare, si è costituito. Da giorni aveva notato un via vai di facce nuove nel palazzo di viale Bligny 42, il “fortino della droga” a due passi dall’Università Bocconi. Facce da poliziotto. Sapeva bene che erano lì per lui. Per questo stamani ha deciso di saldare i conti. Ha telefonato alla polizia e ha aspettato che gli agenti venissero a bussare alla sua porta. Andres Antonio Lopez Barraza, 36 anni di El Salvador – soprannominato “Pajaro Loco” (uccello pazzo) – è il quarto membro del gruppo di sudamericani che per gli inquirenti ha partecipato all’aggressione a colpi di machete andata in scena alla stazione di Villapizzone, periferia nord di Milano.

A farne le spese, il capotreno Carlo Di Napoli, 32 anni, che ha rischiato di perdere un braccio durante un normale controllo di biglietti a bordo del treno regionale. Mentre un collega fuori servizio se l’è cavata con un trauma cranico. Secondo i detective della Squadra mobile di Milano guidata da Alessandro Giuliano, anche Lopez Barraza – così come Josè Emilio Rosa Martinez (accusato di tentato omicidio), Jackson Jahir Lopez Trivino, “Peligro”, e Alexis Ernesto Garcia Rojas, “Smoking” (accusati di concorso) – appartiene alla gang di latinos Mara Salvatrucha, inserita nelle liste dell’Fbi come una delle pandillas più pericolose al mondo. “Uccello pazzo” si è affiliato anni fa in El Salvador, da dove sarebbe venuto via proprio per lasciarsi alle spalle la violenza della MS13. Violenza che il 36enne si trascina dietro da molto, come raccontano i tatuaggi incisi sul suo corpo. I detective sono arrivati a lui grazie alla confessione di Martinez, difeso dal legale Andrea Mantuano. Il 19enne, anche lui di El Salvador, davanti al procuratore aggiunto Alberto Nobili e al pm Lucia Minutella ha confessato di aver sferrato il colpo di machete, ha chiesto scusa al capotreno e ha ricostruito attimo per attimo la sera dell’11 giugno scorso: da quando il gruppo di sette persone (tra cui c’era anche un certo “Kevin il Rokero”) si trovava in un parco a bere vodka, a quando è scattata l’aggressione contro i due ferrovieri.

Martinez ha spiegato che il suo intento “non era quello di ferire nessuno, ma solo di spaventare i controllori“. Diverso il parere del gip Gennaro Mastrangeloche ha disposto il carcere per i primi tre sudamericani perché “possono intimidire le vittime – secondo cui Martinez aveva la “volontà di uccidere“, tanto che avrebbe mirato “in direzione del capo o comunque di altre parti vitali”. E avrebbe sferrato un “fendente” anche al collega di Di Napoli che, però, è riuscito “a bloccare il braccio dell’aggressore”. “Ricordo – ha spiegato il collega – di essere stato buttato a terra e poi ho tentato di proteggermi il viso mettendomi in posizione fetale per attutire i colpi”. Ma a incastrare Lopez Barraza, oltre alle parole del suo amico, ci sono altri due indizi. Il primo: durante la perquisizione nel suo appartamento di viale Bligny è saltato fuori il fodero del machete che non è ancora stato ritrovato. L’arma – sempre secondo il racconto agli inquirenti – era stata prestata da “Uccello pazzo” a Martinez quella sera. Era tenuto “nascosto in un cespuglio“, ricostruisce il 19enne, e “ho chiesto il permesso (…) ha detto che potevo prenderlo, e quindi l’ho nascosto all’interno dei pantaloni che indossavo”. Il secondo elemento è la testimonianza della madre di Lopez Barraza. “Quella sera il figlio, dopo essere rientrato – scrive il gip nell’ordinanza – aveva azionato la lavatrice e intorno alle ore 5 circa del mattino stendeva la biancheria”. Probabilmente per lavare via il sangue.