Dopo un weekend segnato dalla solidarietà dal basso, in cui romani e milanesi si sono riscoperti capaci di gesti semplici e umani, e dai sibillini “piani B” annunciati da Renzi nel caso in cui l’Europa non intenda cambiare approccio nella gestione delle migrazioni forzate che interessano l’Italia, la settimana si apre con una lettera aperta al Sindaco di Roma Ignazio Marino.
Si tratta di una lettera scritta da circa 60 rifugiati eritrei che, da oltre un mese, dormono in cinque tende donate da Decathlon nel parcheggio di fronte alla stazione metropolitana di Ponte Mammolo.


Non sono migranti in transito che tentano di attraversare la nostra penisola per chiedere asilo nei Paesi del nord Europa ma rifugiati, persone a cui lo Stato italiano ha già riconosciuto protezione e tutela. Ma che, di fatto, questa protezione e tutela non l’hanno ancora vista. In questa lettera chiedono “un trattamento umano e una soluzione abitativa autonoma” nel “rispetto delle leggi italiane ed internazionali”. Rivendicano il loro essere “persone”, nonnumeri”, con “una storia e una dignità da conservare”. Questi rifugiati sono alcuni degli abitanti dell’ex baraccopoli di Ponte Mammolo che il Comune di Roma, con l’appoggio della Prefettura, ha demolito con le ruspe, senza alcun preavviso. Costringendo decine di rifugiati a dormire nel parcheggio della stazione metropolitana di Ponte Mammolo, trasformato ora in tendopoli. Uno sgombero che anche l’associazione Medici per i Diritti Umani (Medu) riteneva necessario per le scarse condizioni di igiene e sicurezza in cui versavano centinaia di stranieri. Ma che, in mancanza di soluzioni di accoglienza alternative, si traduce in una misura illogica e pericolosa per tutti e che, come sottolinea Medu, ha causato delle conseguenze in qualche caso drammatiche. Se alcuni degli sgomberati sono riusciti a trovare riparo in un centro di accoglienza. Altri, invece, hanno ripiegato sul Baobab di via Cupa, nei dintorni della stazione Tiburtina, dove da giorni si sono aggiunte altre centinaia di migranti in transito, sbarcati recentemente in Italia e ora bloccati tra Roma, Milano e Brennero per la chiusura delle frontiere con l’Austria e la Francia.

E poi rimangono questi 60 rifugiati in un luogo-non-luogo, quale una tendopoli allestita in un parcheggio di una stazione metropolitana che rischia di creare seri problemi di legalità. Infatti, nella lettera spiegano a Marino: “Senza un indirizzo di residenza, le questure negano il nostro diritto al rinnovo del permesso di soggiorno, in questo modo il Comune di Roma, la Questura e la Prefettura creano gravi conseguenze sulla stato legale della nostra permanenza in Italia impedendoci di fatto l’accesso ai diritti fondamentali. Senza la possibilità di trovare un lavoro, non possiamo permetterci di prendere le case in affitto, saremo obbligati quindi ad essere dei senza fissi dimora”.

Nell’ultimo mese questi 60 rifugiati sono riusciti ad andare avanti solo grazie, ancora una volta, alla profonda solidarietà della società civile romana. E allora viene da chiedersi: come si può tollerare un allestimento improvvisato di tende se fino a poco più di un mese fa non è stato tollerato neanche un insediamento abusivo di baracche? Qual è il modello di accoglienza adottato da Roma? Sulla Capitale incombe il silenzio assordante delle istituzioni. Un silenzio rotto solo per due brevi istanti: prima, dalle ruspe che hanno demolito la baraccopoli di Ponte Mammolo, dopo, dalle cariche della polizia che pochi giorni fa hanno sgomberato gli eritrei in transito nei giardini della stazione di Tiburtina, riversati ora nell’ormai noto centro “Baobab” di via Cupa.

Di fronte a una politica assente, i romani non rimangono fermi a guardare neanche questa volta. Stanchi di modelli di accoglienza basati su maxi centri coinvolti in inchieste giudiziarie, come il Cara di Mineo, hanno infatti appena presentato una delibera di iniziativa popolare per il monitoraggio e la riorganizzazione del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale nella città di Roma. Sostanzialmente si propone un lavoro di squadra tra istituzioni e organizzazioni della società civile per migliorare l’accoglienza a Roma attraverso la definizione di politiche di integrazione efficaci, la realizzazione di progetti territoriali e la garanzia di servizi socio-sanitari, formazione e inserimento lavorativo. Ma soprattutto – per impedire nuovi scandali in stile Mafia Capitale – la delibera propone l’istituzione di una Commissione di monitoraggio “per verificare, attraverso visite e ispezioni, le condizioni attuali di tutti i centri di accoglienza presenti sul territorio e il rispetto delle relative convenzioni”.

Se le richieste dei 60 eritrei fossero ascoltate e se questa delibera di iniziativa popolare riuscisse a raccogliere le 5.000 firme necessarie, sarebbe forse l’inizio di un necessario cambiamento di rotta nel rispetto della dignità di tutti i cittadini. Stranieri e non.