“Abbiamo trascorso gli ultimi due giorni a bere, tirare cocaina e a ricevere qualche cliente. Sabato sera parlavamo di morte, credo. Abbiamo litigato. Poi non ricordo più niente”. Carcere di San Vittore, Milano. Carlos Julio Torres Velesaca è davanti al sostituto procuratore Elio Ramondini. Accanto a lui, l’avvocato difensore, Luca Garlisi.

Lo sguardo fissa il vuoto. I ricordi si succedono a rallentatore. Il pm la incalza per due ore. Vuole mettere in fila i tasselli. Capire perché un semplice litigio si sia trasformato in una decapitazione. Torres Velesaca cerca di rispondere. Ma il cortocircuito scattato nella sua mente sabato scorso non si è ancora arrestato. Il racconto sulla carneficina di quella notte è solo un breve piano sequenza ancora colmo di buchi neri. Dice di non sapere perché ha sventrato a coltellate Antonietta Gisonna. Dice di non sapere perché le ha mozzato la testa e l’ha lanciata come un pallone nel cortile interno del palazzo popolare di via Amadeo 33, tra il quartiere di Città Studi e l’Ortica, periferia est della città, dove la donna abitava.

Le sue parole, agli inquirenti, servono solo per tratteggiare i contorni delle loro vite. Quelle di vittima e carnefice. Quella di una transessuale ecuadoriana di 20 anni, da anni in Italia e con regolare permesso di soggiorno dal 2010. E quella di una signora di 52 anni, ex infermiera, vedova, nonna di due nipotini e madre di due figlie. Era stata indagata per spaccio, Antonietta. E la droga, per ora, sembra essere l’unico elemento in mano a chi indaga per dare una spiegazione al massacro andato in scena tra i palazzoni di via Amadeo: la benzina che ha acceso la ferocia. Tra qualche giorno, le analisi tossicologiche diranno quanta ne hanno assunta i due. Ma di sicuro, la cocaina e la prostituzione erano due anelli che da qualche tempo tenevano insieme le loro esistenze. E forse il motivo per cui Carlos Julio Torres Velesaca, presentata ai vicini come una cugina, da due giorni era ospite fissa della Gisonna.

Martedì mattina, la trans verrà ascoltata in carcere dal gip Anna Magelli per l’udienza di convalida dell’arresto chiesto dal pm Ramondini. E’ qui che potrebbe cercare di dare un senso, ammesso che esista, all’omicidio. E colmare il vuoto temporale innescato da quelle frasi deliranti sulla morte, e interrotto dai carabinieri che alle due di notte, avvertiti da un vicino che ha assistito in diretta alla mattanza, hanno fatto irruzione nell’appartamento devastato dalla violenza di Carlos Julio Torres Velesaca. Nel corridoio di ingresso, i militari hanno visto il corpo della Gisonna, decapitata, con un coltello ancora conficcato nel suo corpo. La testa in cortile. In un’altra stanza la trans, con le mani sporche di sangue. Vicino a lei Milly, la cagnolina di Antonietta, una meticcia di piccola taglia. I vicini la ricordano perché abbaiava sempre, raccontano gli inquirenti. Quella sera, chi è entrato in casa dopo il massacro, l’ha trovata accucciata in un angolo, in silenzio, le orecchie all’insù.