La ricerca sull’Alzheimer continua, passo dopo passo, ad arricchirsi di nuovi spunti di riflessione su origine e possibili cause. Risale a febbraio la notizia della conferma dell’individuazione di una molecola in grado di frenare la progressione della malattia, e della realizzazione di un nuovo test per la diagnosi precoce da una biopsia della pelle. Ad aprile dagli Usa era arrivata la notizia della scoperta della possibile causa principale della malattia neurodegenerativa, in cui un ruolo decisivo sarebbe svolto dal sistema immunitario.

A questi studi si aggiunge l’intuizione e lo studio su alcuni pazienti degli scienziati della University of California a Berkeley (Usa): potrebbe essere il sonno il pezzo mancante nel puzzle nella comprensione della malattia. Secondo i ricercatori chi dorme poco – in particolare chi soffre di un deficit del sonno profondo, quello maggiormente ristoratore e necessario per far sì che si sedimentino i ricordi – è a maggior rischio di formazione di placche beta-amiloidi, che innescano la malattia attaccando la memoria a lungo termine nel cervello.

“I nostri risultati rivelano che esiste un nuovo percorso attraverso il quale la malattia può causare il declino della memoria nel corso della vita”, afferma il neuroscienziato Matthew Walker, autore senior dello studio pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience. Utilizzando una potente combinazione di imaging cerebrale e di altri strumenti di diagnostica su 26 anziani sani, i ricercatori hanno rilevato il legame tra cattiva qualità del sonno, scarsa memoria e accumulo di proteine tossiche beta-amiloidi.

La buona notizia, dice Walker, è che i problemi di sonno sono potenzialmente curabili e possono anche essere migliorati attraverso l’esercizio, terapia comportamentale e una stimolazione elettrica che amplifica le onde cerebrali durante il sonno, tecnologia che è stata utilizzata con successo nei giovani adulti per aumentare la loro la memoria durante la notte. “Questa scoperta offre una speranza – conclude – perché il sonno potrebbe essere un nuovo bersaglio terapeutico per la lotta contro i disturbi della memoria in adulti più anziani e anche quelli con demenza”.

L’articolo su Nature