Un paziente di sessanta anni  è arrabbiato e rancoroso verso lo Stato, identificato nella vituperata legge Fornero, che gli ha tolto la possibilità di ritirarsi in pensione. Una ragazza di trenta anni al termine di un ragionamento sulla sua condizione di precarietà afferma: “Per paradosso e toccando ferro, i pensionati baby avrebbero il dovere acquisito di morire secondo le aspettative di vita media formulate nel periodo in cui i politici fecero le leggi sulle pensioni”.

Le ricorrenti polemiche sui cosiddetti diritti acquisiti vengono spesso impostate su meri principi legislativi per cui in un Paese di azzeccagarbugli sembra questo l’unico terreno di scontro. Vorrei affrontare l’argomento da un punto di vista psicologico.

Le aspettative rispetto a ciò che ci riserverà il futuro fanno parte della percezione che abbiamo della realtà facendocela apparire più o meno piacevole. In certe epoche storiche il senso del dovere e della responsabilità, interpretato in senso psicoanalitico dal Super-Io, cede il passo di fronte alle pretese dei desideri al punto che essi appaiono come se fossero realtà. In questi momenti arriviamo ad autoconvincerci che sia un diritto acquisito ciò che noi desideriamo. Può succedere che la percezione sia così collettiva da determinare nella classe politica la determinazione a fissare per legge queste nostre aspettative.

In altre fasi storiche appare il timore di un futuro incerto per cui, mentre psicologicamente rientra in gioco il Super-Io, abbiamo timore di dover accettare una nuova formulazione mentale della realtà meno piacevole di come ce l’eravamo immaginata. Emerge una sorta di rabbia e il timore per cui ci si schiera dietro al baluardo di leggi che danno come acquisito quel diritto.

Occorre accettare l’idea che accanto a un diritto, inevitabilmente, deve esserci un dovere e che, quindi, anche di fronte all’aspettativa di diritti, definiti quindi come acquisiti, è logico ci siano anche doveri. Ad esempio il dovere di ripianare in parte il debito pubblico generato o di permettere ai giovani una vita dignitosa senza avere il fardello enorme di pensioni eccessive.

Nei fatti purtroppo si delinea uno scontro psicologico fra vecchi e giovani. L’arbitro, in campo giuridico, sempre più pare essere la corte costituzionale che interviene su tutto. Viene da chiedersi se, sempre psicologicamente, sarebbe opportuno inserire nella Corte costituzionale dei giovani giuristi che rappresentino le aspettative delle nuove generazioni?