Oggi è il Denim day, la giornata istituita 15 anni fa dall’associazione Peace Over Violenze in risposta alla sentenza della Cassazione che nel febbraio del 1999, in Italia assolse un uomo dallo stupro di una ragazza perché indossava un paio di jeans. E in questa giornata lanciamo la sfida di pubblicare articoli con lo stesso titolo: “Perché non ho denunciato” e cominciamo facendolo in prima persona su questo blog su IlFattoQuotidiano.it,  su quello di Luisa Betti su il Manifesto, e sul blog La 27 ora sul Corriere della Sera. L’iniziativa è promossa da un gruppo di giornaliste che invitano tutte le altre, giornaliste e blogger, a fare proprio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a raccontarsi rispondendo a: Perché non ho denunciato.

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Ho subìto un’aggressione sessuale da un ragazzo. E’ accaduto molti anni fa. Era uno con cui ero uscita. Lo avevo conosciuto ad una festa e ci eravamo dati appuntamento due giorni dopo per cenare in un locale sulla spiaggia. Ma poi, la sera a tavola era stato sgradevole e inopportuno e quanto più io ero a disagio e mi dimostravo irritata, tanto più lui continuava ad assumere un comportamento invadente. Sembrava che ce l’avesse con me. Avevo trovato una scusa per andarmene. Mi ero incamminata per il sentiero che attraversava la pineta, lui mi aveva seguito e mi camminava accanto e mi aveva aggredito all’improvviso, senza dire nulla. Ero andata nel panico e mi ero sentita come fossi una statua di cera, immobile e incapace di reagire.

Poi per fortuna erano arrivate delle persone.

Mi lasciai quella brutta esperienza dietro le spalle e non ne parlai con nessuno. Mi sentivo in colpa, in imbarazzo, questo era il punto. Ero stata sprovveduta? Avevo sbagliato qualcosa? Mi giudicavo e temevo il giudizio degli altri. Avevo già subito in passato, come moltissime altre donne nel mondo, la mia dose di molestie. La prima era avvenuta a dodici anni mentre giocavo a nascondino con delle amiche e poi negli anni successivi molestatori in auto che ti affiancavano se camminavi per strada o aspettavi l’autobus, e alcuni se non rispondevi ti prendevano pure a male parole; ingiurie varie spacciate per “complimenti”, esibizionisti, molestie in posti di lavoro da parte di insospettabili, poi mi era capitato pure per due volte di essere inseguita da sconosciuti mentre ero alla guida della mia auto, eccetera, quella notte d’estate avevo vissuto solo quella peggiore e mi era andata bene.

Non era stato poi così complicato mettere tutto nel cassetto insieme al resto. In fondo c’è un allenamento che precede l’accettazione di una “normalità” della violenza che non dovrebbe essere più accettata come tale. Non cresciamo nella pervasiva giustificazione delle violenze sessiste contro le donne? Non ci impartiscono lezioni fin da quando siamo bambine per apprendere tutte le strategie onde evitare le cosiddette “attenzioni” o violenze degli uomini? Non ci consegnano gli inutili vademecum per evitare lo stupro? Dall’antico consiglio di mamme e nonne di  “non accettare caramelle da uno sconosciuto”  al “non andare in strade non illuminate” o “non uscire la sera da sole” o “vestirsi adeguatamente”. Istruzioni che a ben poco servono per attraversare strade buie (le violenze avvengono ovunque) o quando le violenze si consumano alla luce dell’ abat-jour, nel luogo dove sono più diffuse, in casa.

Molti anni dopo raccontai quello che accade quella notte. Durante una formazione con una terapeuta che collaborava con un centro antiviolenza e mi sentii di poterne parlare. Ero ancora arrabbiata con me stessa per non avere reagito. La terapeuta mi spiegò che le reazioni in caso di aggressione o pericolo sono attacco e fuga e se si ha la percezione di non avere nessuna delle due possibilità, l’immobilità è una possibile reazione. Fronteggiamo il pericolo con le risorse che abbiamo o pensiamo di avere e molte volte la strategia che le donne mettono in campo per fronteggiare le aggressioni sessuali è la riduzione del danno. Ovvero, cercare di portare a casa la pelle se la percezione o la situazione è quella di essere in pericolo di vita o di subire danni fisici. Ma quante volte nei tribunali  la strategia di sopravvivenza messa in campo dalle donne viene scambiata per consenso o ambiguità? E quante volte viene processato lo stile di vita delle donne, le loro scelte?

Forse è per tutte queste ragioni che non ho mai denunciato. O non l’ho fatto perché probabilmente l’unica cosa che volevo veramente era che quel ragazzo sparisse. Non volevo rivederlo più così era stato e mi bastava.

La denuncia è una scelta ma dovrebbe esserlo davvero. Nessuna donna deve essere biasimata perché non denuncia violenze piuttosto ci si deve domandare perché le donne scelgono il silenzio. La strada da prendere è quella di correggere gli errori di un sistema che dovrebbe ascoltarle e difendere i loro diritti e che invece, troppe volte,  le condanna per aver detto l’indicibile.

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