Se siete tra quanti hanno pianto quando hanno visto Warrick Brown, il detective della scientifica di CSI Las Vegas morto nel vicolo, ormai qualche serie fa, gioite, Warrick sta per tornare. Se invece non vi è mai interessato più di tanto di Warrkck Brown e più in generale di CSI, gioite lo stesso, perché Gary Dourdan, l’attore noto per la sua bellezza abbastanza sfrontata (alto come una pertica, occhi azzurri su pelle ambrata) e una vita piuttosto spericolata, molto in linea col personaggio interpretato nella più longeva serie della tv, Gary è tornato sulle scene, stavolta nei panni del cantautore. Sì, proprio in questi giorni esce l’opera prima musicale del cantautore americano, Mother tongue, un album pregevolissimo, che mette in evidenza tanto il suo songwriting maturo, che la sua voce, come spesso capita a quelli belli e dal vissuto tenebroso, capace di scartavetrare le pareti interne degli ascoltatori.

Fin qui le notizie interessanti, ma sicuramente non sorprendenti. Molti, infatti, sono gli artisti americani in grado di spaziare tra recitazione e musica, citare i vari Robert Downey jr o Jeff Bridges, tanto per rimanere nel mainstream, credo riempia la casella “esempi”. Ma Gary Dourdan è andato oltre, arrivando davvero a stupire i media. Perché per il suo esordio, ripeto, pregevolissimo, è venuto in Italia, e si è affidato alle cure della Mescal, etichetta che in passato ha avuto agio di presentare alle italiche genti tanti artisti della scena cosiddetta undeground come i Subsonica, i Bluevertigo, Cristina Donà, Afterhours e Perturbazione, tanto per fare anche in questo caso qualche nome.

Gary è approdato a Nizza Monferrato, alla corte del patron Valerio Soave e insieme hanno deciso di dar vita alle canzoni di Mother tongue, seguito per l’occasione dagli italianissimi Lele Battista e Marco Montanari, al suo fianco come produttori artistici del progetto. Italianissimi. In realtà il team di lavoro è quantomani distante anche dal mainstream italiano, votato a un pop d’autore molto ricercato, più in linea con quel che gira nel resto d’Europa che con la musica che impera nelle radio italiane. L’incontro ha messo così insieme le radici black di Gary Dourdan, cresciuto da una parte con l’hip-hop e il soul, dall’altra con il rock più classico, da Hendrix ai Led Zeppelin, ma senza disdegnare il jazz, con quelle di matrice anglosassone dei due produttori nostrani, capaci di vestire i provini dell’artista americano di abiti raffinati, e di trasformare belle strutture in architetture equilibrate e orecchiabili.

A vederlo, mentre stringe la mano a tutti i dipendenti, o meglio, le dipendenti della Universal, etichetta incaricata di stampare e distribuire il prodotto made in Mescal, accorse casualmente nella sala dove Dourdan sta rilasciando interviste, così affabile e piacione, mentre nello stringere la mano abbassa gli occhiali da sole mostrando i noti occhi azzurri, guardandolo e pensando al bel disco che ha sfornato, un po’ viene da avere un suicidio all’autostima, ma in realtà Mother tongue è davvero un album meritevole, e il fatto che da Nizza Monferrato stia per partire per conquistare il mondo sembra una ulteriore buona notizia. Dopo l’Italia, infatti, Dourdan uscirà in Spagna e in Sud America, e poi, in autunno, in partnership con Amazon, anche negli USA. Mother tongue merita, e per chi soffre troppo per la fine di Warrick, o chi è invidioso della bellezza di Dourdan, ha anche un vantaggio, lo si può ascoltare anche al buio.