La parola ‘ama‘ è nascosta nella parola ‘trAuMA’. Ama, forse un invito, forse un imperativo. Sembra difficile, in prima battuta, trovare un collegamento tra l’amore ed il trauma, quasi una forzatura. Il trauma è un evento critico, spesso non prevedibile, una frattura all’interno della vita che ne devia il corso, generando un malessere psicologico evidente. Trauma è, ad esempio, un lutto improvviso, uno stupro, abusi o violenze singole o ripetute, un terremoto o eventi catastrofici nei quali ci si è ritrovati, ma anche situazioni relativamente meno disturbanti il cui ricordo genera però disagio modificando i comportamenti in modo disadattivo.

Dell’amore non c’è bisogno di una definizione, è l’indefinibile, ognuno ha in sé le parole per esprimerlo senza che io debba “ridurlo” con le mie. L’amore è multiplo, difetta se le parole per esprimerlo vengono da un singolo. Per amare c’è bisogno dell’altro, quindi anche la sua definizione parte dal due per allargarsi all’infinito.

Non mi interessa dare un’accezione romantica dell’amore, in questa sede, seppure parola che non voglio definire in modo particolareggiato, non intendo per amore altro che la pura e semplice affettività e accettazione di sé e dell’altro. L’amore stesso può essere traumatico quando finisce o non è corrisposto, segna l’individuo, intacca la fiducia, la speranza il senso del sé. Eppure per uscire dal trauma c’è bisogno di amore, innanzitutto per sé stessi, non si esce dal trauma se non amandosi più di quanto si ami il proprio disagio.

L’individuo sviluppa una sorta di attaccamento nei confronti dei sintomi causati dal trauma, la loro nascita ha avuto una valenza difensiva, anche se disfunzionale, i sintomi sono stati paradossalmente il lasciapassare per continuare a vivere, prova ne è che l’individuo non se ne separa facilmente, anche quando ne riconosce la disfunzionalità e l’irrazionalità. Una logica in realtà esiste, ma nascosta e profondamente intima, nata per mettere al riparo dal mondo che ha ferito invece di accudire.

E’ come se si sviluppasse nei confronti dei propri sintomi quella che viene chiamata Sindrome di Stoccolma, uno stato psicologico di affettività e dipendenza che sembra talvolta crearsi nei confronti dei propri aggressori instaurando con loro alleanza e solidarietà. Se la sicurezza cessa, l’irrazionale muta pelle e diventa logica, non cerca la luce del sole, ma gli anfratti dell’animo dove il buio permette l’oblio, il sonno dell’ingiusto.

La tendenza dell’essere umano è sempre inevitabilmente di proteggersi e, quando la ferita è troppo grande, utilizza i mezzi che ha per sopravvivere, impossibilitato a vivere. Per amare l’altro non si può che partire da sé stessi, se cesso di amarmi, di considerarmi, se il senso di colpa mi pervade per quanto ho fatto o non ho fatto, cesso di amare l’altro. Il trauma è un attentato riuscito all’amore, ma nello stesso tempo solo tramite l’amore si può provare a superarlo.