Tanti reati, tra cui l’associazione a delinquere, molti “danni patrimoniali” alle casse di previdenza degli ordini professionali, una quantità e una qualità dei reati con “dolo di rilevante intensità”, nessun aiuto alle indagini, nessun risarcimento. La prima I sezione penale del tribunale di Milano ha ritenuto “incongrua per difetto” la pena concordata tra accusa e difesa per Giorgio Magnoni: troppo pochi per il collegio i 4 anni e 10 mesi a cui aspirava per il finanziere considerato il “capo” dell’associazione a delinquere nell’ambito di quell’inchiesta che nel maggio dell’anno scorso aveva portato all’arresto di Giorgio, dei fratelli Ruggero e Aldo (non coinvolti in questo giudizio, ndr), e del figlio Luca.

Il presidente del collegio, nel rigettare la richiesta, ha richiamato l’ordinanza di custodia cautelare sottolineando, in sintesi, che era di fatto totalmente condivisibile. Magnoni era imputato per associazione per delinquere, bancarotta, truffa, corruzione e alcuni reati fiscali. I giudici, invece, hanno accolto l’istanza di patteggiamento per il figlio di Giorgio, Luca Magnoni, che risponde del solo reato di bancarotta, per una pena a 3 anni e 6 mesi.

La pena concordata, tra il pm Gaetano Ruta e la difesa, è stata considerata incongrua visto che Giorgio Magnoni, ex vicepresidente del Cda di Sopaf dal 2005 al 2012 e consigliere delegato dal 2007 al 2010, è ritenuto “il capo-promotore di un sodalizio criminale finalizzato” di reati giudicati molto “gravi” dal Tribunale. Per i giudici è infatti “incongrua la pena pena base per la bancarotta fraudolenta”, che hanno ricordato nell’ordinanza di rigetto “può essere anche sanzionata con 10 anni di reclusione“. Inoltre i magistrati non hanno ravvisato da parte dell’imputato “alcun ravvedimento positivo“, sottolineando che “non ha fornito apporto alle investigazioni” e che non ha mostrato alcuna “fattiva e concreta volontà di risarcire almeno in parte le parti danneggiate”.

Il presidente del collegio ha più volte rimarcato “l’estrema gravità” dei reati con particolare riferimento a quello di bancarotta che sarebbe stato caratterizzato  appunto  “da un dolo molto rilevante”. Nel bocciare il patteggiamento, i giudici hanno poi aggiunto che all’ex patron di Sopaf non potevano essere riconosciute le attenuanti generiche; che il riconoscimento dell’istituto giuridico della continuazione di 12 mesi è da considerare troppo basso, così come i 5 mesi riconosciuti per il reato di corruzione nei confronti del presidente della Cassa dei Ragionieri (Paolo Saltarelli che affronterà il processo il prossimo 7 luglio davanti ai giudici della IV dopo essere stato arrestato l’11 novembre scorso per corruzione), i due mesi per le truffe all’Inpgi (per cui è stato iscritto nel registro degli indagati il presidente Andrea Camporese) e all’Enpam, rispettivamente le casse di previdenza di giornalisti e medici. In particolare la truffa ai danni dell’istituto dei ragionieri ammonterebbe a 52 milioni di euro, quella alla Cassa dei medici a 15 milioni e, infine, quella per i giornalisti a 7,6 milioni di euro, quest’ultima attraverso l’acquisto di quote del Fip (Fondo immobili pubblici), che l’Inpgi ha comprato da Sopaf a un prezzo – considerato da inquirenti e investigatori della Guardia di Finanza – superiore a quello di mercato. Contro i due imputati avevano chiesto di costituirsi parti civili in 75, ma non l’Istituto di previdenza dei giornalisti.

Per quanto riguarda la posizione di Luca Magnoni, nel consiglio di amministrazione della società dal 2005 al 2012, i giudici hanno ratificato l’accordo con la procura di Milano a patteggiare la pena 3 anni e 6 mesi, concedendogli le attenuanti generiche, condannandolo al pagamento delle spese processuali e delle spese sostenute dalle parti civili per la costituzione. A Luca Magnoni è stata poi inflitta l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni dai pubblici uffici e per 10 anni dagli uffici direttivi e commerciali. Le due posizioni sono state quindi separate e il giudizio per Giorgio Magnoni proseguirà l’11 giugno prossimo.