John Maynard Keynes difendeva l’idea che quando le informazioni di cui disponiamo cambiano bisogna avere il coraggio di rivedere anche le nostre opinioni. Questa sana cultura del dubbio è probabilmente il lascito più prezioso dei 7 anni trascorsi dal francese Olivier Blanchard alla guida del dipartimento economico del Fondo monetario internazionale. Un’istituzione spesso criticata per l’arroganza con cui tende ad applicare sempre la stessa cura a Paesi in situazioni diverse. Con la certezza inscalfibile che esista una e una sola medicina: liberalizzare, tagliare la spesa pubblica, privatizzare. Blanchard ha favorito una profonda revisione dell’apparato teorico con cui il Fondo ha tentato di gestire la peggiore crisi del secondo dopoguerra.

Almeno sulla carta, i cambiamenti sono stati notevoli: una rivalutazione del ruolo della spesa pubblica, un approccio più morbido verso i Paesi in difficoltà finanziaria, un ripensamento sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, il dubbio sul fatto che sia sempre meglio mantenere l’inflazione su livelli molto contenuti. Una scossa intellettuale culminata nel “mea culpa” del 2012, quando l’Fmi ha ammesso che i programmi di austerità promossi durante gli anni di crisi hanno causato più danni di quanto previsto. In particolare a causa di un moltiplicatore errato per valutare gli effetti sul Pil dei tagli alla spesa decisi in un contesto di recessione. Sotto la supervisione di Blanchard il Fondo ha così avviato una serie di conferenze sul tema “ripensare le politiche economiche” a cui hanno partecipato i più importanti economisti del mondo. Il premio Nobel Paul Krugman ha più volte espresso il suo compiacimento per l’attività svolta da Blanchard all’Fmi lodandone la “sorprendente flessibilità intellettuale” e rimarcando come i team del dipartimento economico del Fondo abbiano iniziato a sfornare studi economici di grandissimo interesse.

È sufficiente scorrere la produzione accademica di Blanchard per coglierne la vivacità intellettuale. Dai testi universitari agli studi su politica monetaria, bolle finanziarie e disoccupazione che hanno reso l’autore uno dei più citati al modo. Non sono però solo rose e fiori. Secondo Franco Bruni, economista dell’università Bocconi di Milano, al successo accademico di Blanchard, al miglioramento del livello e della tempestività delle ricerche dell’Fmi fa da contraltare un sostanziale fallimento politico. “Blanchard”, spiega Bruni, “non ha mai detto una parola su come è organizzato il Fondo che rimane di fatto una succursale del dipartimento del Tesoro statunitense. Non che fosse nello specifico suo compito, ma non provare neppure a porre la questione è stato un errore”. E’ mancata insomma la sensibilità politica per capire che per quanto eleganti e raffinate possano essere le teorie proposte, rischiano di rimanere lettera morta se non si creano le condizioni per applicare concretamente i precetti.

“Sul suo manuale di macroeconomia si è formata un’intera generazione di economisti”, ricorda il professor Gustavo Piga dell’università Tor Vergata, “ed è stato il primo testo accademico capace di mettere in discussione le tesi neoclassiche in quel momento dominanti”. “Blanchard è un accademico di altissimo livello e un approccio keynesiano è nel suo dna. Tuttavia, gli rimprovero di non aver mai assunto in questi anni una posizione chiara e netta contro la teoria dell’austerità espansiva fatta propria dalla Commissione Ue. E questo è un peccato”. Anche la tempistica dell’addio suscita qualche perplessità: “Blanchard fa venir meno il suo apporto proprio nel momento in cui il braccio di ferro sulla Grecia è in un momento decisivo e si confrontano una visione assolutamente intransigente come quella di Bruxelles e Berlino e una più morbida sostenuta da Washington”.

Nato ad Amiens, cittadina nel nord della Francia, 66 anni fa Olivier Blanchard è sposato e padre di tre figlie. Nel 1977 si è laureato in economia al Massachusetts Insitute of Technology di Boston. Inizia la carriera accademica insegnando nella vicina Harvard University che nei decenni successivi diventerà il bastione di molti economisti ultra liberisti. Blanchard se ne va però nel 1982 per fare ritorno al dipartimento economico del ”suo” Mit dove resterà per i 16 anni successivi. Il primo settembre 2008 assume la guida del dipartimento economico dell’Fmi, raccogliendo il testimone di Raghuram Rajan, oggi governatore della banca centrale indiana. Due settimane più tardi Lehman Brothers fallisce e i mercati finanziari sono a un passo dalla completa paralisi. Negli anni successivi l’economista francese cerca quindi di fornire al Fondo le munizioni intellettuali per fronteggiare la crisi che si propaga a livello globale.

Blanchard lascerà a tutti gli effetti il Fondo monetario il prossimo 30 settembre ma si sposterà di poco. La destinazione annunciata è infatti il Peterson Institute, “pensatoio” con sede a Washington che sta tra l’altro sostenendo in modo molto attivo i nuovi accordi sul libero commercio. Nel motivare la sua decisione ha spiegato: “Negli ultimi anni ho dovuto pensare a troppi problemi, senza avere il tempo di rifletterci a fondo”. Qualche maligno immagina che si tratti solo di una tappa intermedia prima di andare ad occupare una ricca poltrona nel consiglio di amministrazione di qualche hedge fund o fondo di investimento, come l’ex numero uno della Federal Reserve Ben Bernanke o l’ex segretario al Tesoro Timothy Geithner. Per ora il Fondo monetario non ha indicato alcun possibile successore. “Volendo ipotizzare una staffetta”, afferma Piga, “faccio il nome di Adam Posen, economista pragmatico e attualmente presidente del Peterson Institute che accoglierà Blanchard”. “Sul filo della provocazione”, conclude Piga, “spendo invece il nome del ministro delle finanze greco ed ex accademico Yanis Varoufakis“.