cop (2)Passo una mezza giornata al Salone Internazionale del Libro di Torino cominciato ieri e che andrà avanti fino a lunedì 18 Maggio. I libri sono tanti, il tempo è poco, arrivo per presentare “Finché brucia la neve” di Antonio Lorenzo Falbo, devo  scappare subito dopo, impegni lavorativi non mi consentono la permanenza, gli occhi catturano quanto possono, le mani anche, ma la mente pretende il tempo che al corpo manca e allora scrivo:

Leggere è un po’ dimenticare di essere quel che non posso essere. Perdersi tra le pagine di un libro non è solo lettura, ma ritrovarsi, è lo sforzo dell’uomo di raggiungere la pace attraverso parole tormentate o il tormento attraverso parole di pace.

Non esiste lettore che non sia anche un po’ attore, attore la cui vocazione non è recitare, ma agire, mettere in moto, vivere in dimensioni della mente a cui la quotidianità non ha accesso.
L’eccesso di realtà fa male, è quasi patologico, ecco che la lettura viene in aiuto, è la cavalleria del ricco come lo è del povero, i libri non fanno discriminazioni, dagli esseri umani hanno appreso solo il meglio, prendendosi l’impegno di custodirlo, facendosi beffe del tempo che passa. I libri possiedono l’elisir della giovinezza senza l’aiuto dell’alchimia.

Le parole curano, le parole scritte amano, vi si può ritornare quando si vuole, proprio come la prima volta, eppure mai come la prima volta, non si rifiutano di farsi trovare dove le si sono lasciate, attendono anche anni, la pazienza è la virtù dei libri, non dei forti.

La lettura è la figlia prediletta dell’esperienza e la madre di ogni contraddizione dotata di senso, il muoversi della mente nell’immobilità del corpo, paradosso fatto a brandelli.

Ogni sfogliar di pagina ha la peculiarità del germoglio, ogni due pagine lette il fiore matura e si passa alle seguenti attraverso quel singolare e rassicurante strofinio di fogli che la carta partorisce a contatto con le dita, quasi impercettibile come la sensazione di avvicinarsi alla fine di un’opera, preludio inevitabile per cominciare la successiva. Leggere crea (in)dipendenza, ma non assuefazione. Ogni (in)dipendenza nasce da un vuoto, i libri i vuoti li riempiono o almeno li abbelliscono perché siano più presentabili.

C’era una volta la lettura e sempre ci sarà, potrebbe essere il titolo da dare alla vita di molti lettori professionisti, se questa fosse un film, ma certo è che prima dovrebbero assicurarsi che esso venga tratto da un buon libro.

Dedicato a chi, come me, legge per vivere sapendo che non si deve vivere per leggere. Buona lettura!