Il quotidiano sportivo Marca oggi la vede così: Cristiano Ronaldo da una parte, Messi dall’altra, il portoghese sbircia l’argentino dal foro in un muro con lo stemma della Juventus. Il muro che divide le due spagnole da Berlino. Solo metaforico, però. Perché nella cappa di caldo (previsti 32°, la Juventus ha chiesto due time-out, l’Uefa deciderà poco prima del fischio d’inizio) e tensione che renderà irrespirabile l’aria del Santiago Bernabeu, i bianconeri si sono dati un imperativo almeno a parole. Vietato alzare barricate. Pensare di resistere per novanta minuti alla spinta madridista per conquistare la finale sarebbe un peccato capitale. I bookmakers quotano il gol del Real Madrid a 1.1, una certezza. Nelle ultime 23 partite casalinghe di Champions League i Blancos hanno segnato 67 reti. L’ultima volta in cui non sono stati in grado di bucare la difesa avversaria risale al 27 aprile 2011. Era un’altra semifinale europea, contro il Barcellona che poi divenne campione. Quei blaugrana che la Juventus vuole raggiungere in finale. Sembra un paradosso ma dovrà attaccare, giocare le stesse carte degli avversari. La squadra di Ancelotti è apparsa tutt’altro che invulnerabile in fase difensiva allo Stadium martedì scorso. Ha subìto sei gol negli ultimi tre incontri. E non basta lo spostamento di Sergio Ramos dalla mediana alla linea a quattro per chiudere le crepe che Tevez e Morata hanno scoperto nella pattuglia che protegge Iker Casillas.

Allegri lo ha capito e non rinuncerà al 4-3-1-2 che ha girato la stagione in Europa. Era la notte della vittoria contro l’Olympiacos e per la prima volta la Juventus si presentava senza la difesa a tre, totem nell’era di Conte. Finì 3-2, gol decisivo di Paul Pogba. Il francese ricompare tra i titolari dopo l’infortunio all’Iduna Park durante il ritorno degli ottavi contro il Borussia Dortmund. Prende posto a centrocampo accanto a Pirlo e Marchisio. Un rischio calcolato per lanciare un messaggio inequivocabile: non siamo a Madrid per farci pestare i piedi, proveremo a giocarcela. La mediana è il cuore della sfida, lì si decideranno gli equilibri. Non a caso Ancelotti spedirà subito in campo Toni Kroos, uscito malconcio dal pareggio casalingo contro il Valencia. Il tecnico della decima deve dare la caccia alla seconda Champions consecutiva (impresa riuscita a nessuno) con i suoi uomini migliori e, già privo di Modric, non può rinunciare anche al tedesco perché non si fida di Illarramendi, quasi 40 milioni di investimento.

La risposta di Allegri è Vidal trequartista molto camuffato, pronto a togliere visuale all’ex Bayern Monaco così da evitare lanci e aperture per i cinque galattici che si aggireranno dalle sue zolle in su: Isco, James Rodriguez, Cristiano Ronaldo, Bale – questa volta largo a destra nel tridente, pronto a bruciare Evra  – e Chicharito Hernandez, che dovrebbe essere preferito almeno in partenza a Benzema, fermo da un mese. Se sembra impossibile contenerli, basta rivedere i primi novanta minuti della doppia sfida per rendersi conto che stringendo le maglie si obbliga il Real Madrid ad affidarsi ai numeri dei suoi campioni. Tanti e con un bagaglio tecnico in grado di tirar fuori dal cilindro la giocata decisiva in ogni momento, certo. Ma arrivati fin qui, dopo la vittoria di otto giorni fa, quale paura può avere la Juventus? Buffon e Pirlo sanno dal 2006 come si arriva a Berlino. Nervi e coraggio, organizzazione tattica e spavalderia. Tra Real e Barcellona in finale di Champions c’è la capacità dei bianconeri di mescolare con equilibrio questi ingredienti.

Dicevano che tra le Big4 erano fuori posto, vittime sacrificali offerte agli dei del calcio che tifano per uno spettacolare El Clásico da gustarsi il 6 giugno. La storia del calcio racconta però che è spesso stato un granello di sabbia a cambiare finali già scritte. Invisibili e silenziosi Allegri e i suoi sono arrivati al cuore dell’ingranaggio, inceppandolo all’andata. Altro che muro, la Juventus è una picconatrice razionale e feroce. Distrugge le certezze degli altri per costruirsi la propria strada verso Berlino. Manca l’ultimo chilometro, lungo 90 minuti. In salita e tortuoso ma da affrontare con la testa sgombra dai pensieri. Se dovesse andare male, nessuno potrà fare appunti e non ci sarà da fasciarsi la testa. La Juve ha dimostrato di poter stare lì, nel gotha europeo, dove sembrava dover interpretare il ruolo di una zanzara fuori stagione, stordita e facile da schiacciare. Se sarà abile a non farsi mettere al muro, farà proprio come il fastidioso insetto nelle calde notti estive: renderà insonne chi si preparava a sognare un’altra finale tutta spagnola.

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