E’ successo pure questo. In una Milano lontana anni luce dal luna park di Expo, due eccellenze del made in Italy, a distanza di poche ore, hanno regalato alla città, ma che dico, al mondo intero, due magnificenze. Expo passa, loro rimarranno.

Abbronzatura color mogano, il signor Armani (così la chiamano tutti, anche i suoi più stretti collaboratori. E anche lui stesso si chiama “signor Armani” in segno di rispetto) ha inaugurato davanti a un parterre di celebrities (talmente tante che non ricordo i nomi di tutte) ha inaugurato in via Bergognone il suo museo, ricavato dagli ex magazzini della Nestlé. Ogni dettaglio dei quattro eventi in 24 ore era tenuto nordicamente stto controllo. Prima inaugurazione della sua boutique in via Montenap, poi cena con quattro salti al Privè. Il giorno dopo, sfilata e apertura del Silos Armani, 4500 metriquadrati per una mise en place di 40 anni di attività che lo hanno portato da allestitore di vetrine della Rinascente a stilista.

80 anni, il più longevo di tutti, guarda il suo impero fatto di 2500 fra negozi e punti vendita con un fatturato di 2,2 miliardi di euro all’anno. Intanto in bella mostra 600 abiti iconici delle sue collezioni, un profluvio di accessori glamour, un archivio virtuale e tutta la città inchinata ai suoi piedi, ma se gli si chiede quanto sia felice da uno a dieci risponde solo 3. Che potrebbe suonare come un’offesa ai comuni mortali. Ma lui sdrammatizza, in realtà il suo cruccio è quello di non avere eredi… di non avere tempo per altri progetti. E lui mr. Beige, che non ama i colori chiassosi neanche nel piatto e si nutre solo di riso in bianco, con quella sua aria che sembra non divertirsi mai alle dieci in punta se ne va alla chetichella. Sessanta modelli, forse di più, in fila lungo l’ingresso, vestiti tutti uguali, da veri gentleman, gli fanno un leggero inchino con la testa. La festa continua, senza di lui. Ma lascia il suo credo: “L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”.

19.000 mq. di cui 11.000 di spazi espositivi è l’altro cadeaux che la “power couple” formata da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli ha fatto alla città. Parallelepipedi di un design concettuale in calce grigia da far risaltare ancora di più la torre dorata. Tre chili d’oro ci sono voluti per tinteggiarla tutta. Si presenta così una sbalorditiva Fondazione Prada ricavata da una ex distilleria nella zona Sud di Milano. Ancora un esempio di recupero di gran tono di uno spazio industriale dismesso. Mi fa da chaperon Marco Voena, galleria d’arte dove il faut, Milano, Londra e Saint Moritz, e fornitore di materia “prima” della Fondazione, ha appena inaugurato David La Chapelle a Roma ed è in partenza per New York. Mi fa subito notare che anche già gli antichi scopiazzavano fra di loro, per questo la mostra si chiama “Serial Classic” e presenta un campionario di copie, repliche e calchi di Venere accovacciata, di Ercole e altri, in gesso, in bronzo e in terracotta. Ma il pezzo forte viene da Teheran, è il mezzo busto di Penelope in marmo zuccherino (quello che brilla, per intenderci). E’ la prima volta in 2500 anni che lascia il paese degli ayatollah ed è stato il frutto di una lunga trattativa fra i curatori della mostra e il Ministero della cultura iraniano che, in stile vu cumprà,  pare abbia preteso in cambio un paio di pezzi in prestito dal Vaticano.

Lì dove c’era la cisterna, adesso c’è un’enorme cubo in vetro e acciaio dove intorno all’attrezzatura chirurgica galleggiano pesci. Per chi se li aspettasse in formaldeide, un classico d’autore di Damien Hirst, la sorpresa è che sono ancora vivi.

In quelli che erano i depositi adesso ci troviamo pezzi del New Dada e della Minimal Art rappresentati da Yves Klein, Donald Judd, Lucio Fontana e Piero Manzoni (che la massa meno colta conosce per la sua opera dall’inequivocabile titolo “La Merda d’artista”). Altra sorpresa è il Bar Luce, progettato dal regista cult americano Wes Anderson (quello di Grand Budapest Hotel), look neo-vintage ispirato a un caffè della Milano anni ’50,  fra mobili in formica, vecchi flipper e jukebox da balera. E lo fa alla sua maniera, surreale.

In fila per salire alla Haunted House (Casa degli Spiriti) altri due big del made in Italy, il designer Antonio Citterio e Nerio Alessandri, l’inventore della Technogym e della ultimissima Wellness Valley, un laboratorio in progress dello stare in forma.

Sorride poco Miuccia, ma in questa occasione lo fa: “La cultura deve essere attrattiva, senza sfoggio. Ti aiuta a vivere, a capire il mondo…”. Allargo le braccia, siamo tutti qui per nutrire il pensiero. E il pensiero vola a Oscar Farinetti che a Expo gestisce con troppa disinvoltura Eataly, spazio pubblico ricevuto come manna dal cielo. Mette in mostra ravioli imbustati e scatolette di carne gelatinosa che davanti a una platea global dovrebbero rappresentare i nostri migliori talenti. Invece spreca un’occasione. Ma, per tanta grazia ricevuta, accende un cero a Santa Rosa.

twitter: @januariapiromal