Può un fotografo professionista perdere tutto nella Milano della moda e del grande giornalismo? È quello che è accaduto a Luca Musella, protagonista e autore, con le sue lettere del nuovo doc firmato da Antonietta De Lillo. Uno spaccato attuale sulla crisi vista tra le rughe di una grande città ma sul volto di chi non ci si aspetterebbe mai. Al cinema dal 7 maggio

Dopo il suo appassionato dialogo con Alda Merini in La pazza della porta accanto, Antonietta De Lillo ha rimesso in moto la sua Marechiarifilm per portare a galla la storia dell’amico Luca Musella. Fotografo professionista con all’attivo diverse copertine per L’Espresso e altri importanti rotocalchi perde tutto dopo un investimento sbagliato anni fa e la crisi del mercato che ha colpito anche la vanitosa e giornalistica Milano. Compreso il rapporto con moglie e tre figli, lasciandolo inaspettatamente come un solitario flaneur precipitato nella povertà.

La ex-collega De Lillo ne ha raccolto la testimonianza in una storia di dignità urbana tratta dalle stesse lettere del protagonista. L’empatia che Luca riesce a stabilire con lo spettatore è altissima. Nella voce narrante di Roberto De Francesco – dove emergono il lato più bello della sua napoletanità, quello adattivo, e la sua coriacea curiosità per il mondo – racconta la sua vita e le cadute intrecciandole con alcuni aneddoti del suo amico marocchino Mustafà. È proprio da una sua esclamazione al tirare avanti che viene il titolo del documentario: Let’s go. Ora i suoi compagni sono quegli extracomunitari che affollano le panchine dei parchi e i bar delle stazioni. Badanti dell’est e uomini più e meno istruiti dal sud del mondo sono il coacervo vissuto dal Luca di oggi. Lavoretti improvvisati per sbarcare il lunario concedono soltanto qualche euro nelle tasche, ma il tempo si è moltiplicato regalando la possibilità di vivere relazioni più umane semplicemente con la possibilità di ascoltare un amico per ore o passeggiando. O ancora leggendo il giornale.

La stagnante pensione senza pensione di Musella è musicata da piano, xilofoni e archi di Daniele Sepe, accarezzando al contempo drammaticità della contingenza e profonda dignità nell’affrontarla. Il film si apre con un’inquadratura fissa su un uomo anziano che traffica con buste piene di paccottiglia davanti alla stazione. Sullo sfondo il grande logo splendido e colorato di Expo 2015 e sotto le note del musicista. Il doc è stato in parte girato anche dallo stesso Luca. Con soggettive come questa sintetizza in maniera fotografica il cuore del lavoro: una riflessione sullo scontro delle avversità con lo spirito della persona che le subisce, sull’emarginazione, i sottomondi che attraversano le nostre città silenziosamente e una nuova povertà che tenuta stretta dalla dignità diventa sottoproletariato. “Come un topo mi aggiro in questa città straniera” è una frase dell’acuto fotografo fuori dal giro, riferendosi allo status sociale simile a quello di un clandestino a causa dei molti diritti perduti.

Per questi temi sono state coinvolte nel progetto anche associazioni onlus come Libera, Miseria Ladra e Gruppo Abele. Povertà vissuta come Saltimbanchi, la canzone di Enzo Jannacci presente nel doc offre una testimonianza onesta componendo una piccola gemma di cinema verità. Nelle sale grazie alla distribuzione Mariposa, con i suoi 54 minuti offre una visione più breve rispetto a un lungometraggio, ma incredibilmente intensa perché offre al pubblico un’esperienza cinematografica molto appagante.

La fotografia segna con eleganza i contrasti profondi tra il degrado di tanti scenari urbani e una definizione dell’immagine minuziosa e vivida che li nobilita nella forma, quanto le parole di Musella nella sostanza. Se n’è occupato il direttore Giovanni Piperno – già collaboratore di Martin Scorsese, Terry Gilliam e Nanni Moretti – che insieme al resto del cast tecnico ha concesso volentieri la sua opera per trattare una tematica di forte rilevanza sociale. Come lui il montatore Giogiò Franchini – premiato con David di Donatello e Nastri d’Argento per i film diretti da Paolo Sorrentino – e le altre importanti professionalità coinvolte.

Presentata al Torino Film Festival, la testimonianza di Maselli e De Lillo su come una vita va a rotoli e quanto in essa si mescolino invisibilità e dignità si fa socialmente e antropologicamente urgente in un Paese dove la crisi ha ridotto molti primi ad essere ultimi, diventando questi troppi in più dei primi stessi.