Sono quasi trent’anni che mode e pubblici diversi si avvicendano sotto la consolle di Antonio Ferrari, aka Dj Ralf. Le sue selezioni house, spesso arricchite da elementi underground, mobilitano folle dall’Umbria sino alla Riviera romagnola, passando per ogni club d’Italia. E tra un disco e l’altro, Dj Ralf ha coltivato uno sguardo antropologico sulla club culture italiana dagli anni ’80 ad oggi. “Il clubbing è un rito che ha delle regole che non cambiano con il passare degli anni” – spiega a FQ Magazine il producer umbro. “Come tutte le ritualità è in qualche modo legata all’essenza degli uomini, comprese quelle poco condivisibili da me, come andare ad un santuario a chiedere una grazia. Fanno tutte parte di una dimensione ancestrale nell’uomo. Così come la necessità di credere in qualcosa oltre la vita, l’istinto primario di muoversi con un ritmo difficilmente cambierà”. La danza, secondo Ralf, svolge una funzione sociale e liberatoria rimasta inalterata nel tempo: “delle persone si mettono assieme, si muovono seguendo un ritmo, e facendo questo si conoscono, si amano, s’intrattengono, si divertono”.

Il popolo della notte che si riunisce per ballare non celebra soltanto un rito sociale, ma anche economico per il territorio, soprattutto quando si parla di eventi che si articolano su più giorni. Tuttavia, come tiene a puntualizzare Ralf: “I festival in Italia non ci sono. Almeno, non quelli concentrati in un unico spazio. Ce ne sono molti, anche bellissimi, ma ‘diffusi’ e con un approccio diverso, più intellettuale e articolato, che prevede teatri, spazi dentro i centri storici ecc. Invece, questo rito un po’ selvaggio dell’incontrarsi in tante migliaia di persone, muoversi con un volume alto di musica, è molto ostacolato in Italia. Avevamo una cosa che c’invidiava l’Europa ed era il Rototom. L’abbiamo dovuto esportare in Spagna perché era impossibile tenerlo in Italia. Ci voleva più polizia lì che per un derby ad alto rischio”. Sulle ragioni che hanno reso il Rototom un problema di ordine pubblico, il disk jockey è ironico: “Il problema era l’erba. Ma ci sarà anche la droga negli stadi? Allora li chiudiamo? È un problema di ipocrisia: si può far tutto, purché si faccia di nascosto. E in un festival tutto è alla luce del sole”.

Anche il suo Ralf in Bikini, che ha portato a Cattolica oltre 15.000 presenze il 26 maggio scorso, ha attirato i pregiudizi della stampa locale. Le parole di Rimini Today, che hanno raccontato l’evento citando solo una scaramuccia tra due pugili e dei carabinieri e la presenza di dosi di droga ad uso personale, hanno causato la reazione dell’artista: “Si scrive di tutto tranne di quante facce felici hanno partecipato alla serata, e di quanto hanno guadagnato Cattolica e Riccione con questo evento, con gli alberghi pieni e gli incassi di un Ferragosto. Barcellona se lo tiene ben stretto il Sonar, generando il 2% del PIL della città. Ti pare che lo lasciano morire?”

I festival di musica elettronica, secondo Ralf, è “impossibile farli in Italia alla maniera di quelli croati, come il Sonus o il Barrakud, o di quelli tedeschi come il Time Warp al Love Family Park. Abbiamo un approccio delle amministrazioni che è contrario a questi eventi, nonostante abbiano un indotto incredibile per le comunità. Esiste poi anche un certo tipo di cittadino, con una visione bacchettona, che vede questi eventi come pozzo della perdizione, senza pensare che questi luoghi della perdizione siano ovunque. Quello che bisogna fare è educare le persone, in famiglia e a scuola, ad approcciarsi a questi fenomeni in modo positivo”.

Dj Ralf, tornando sull’evento al Bikini, rivendica l’idea di una line up totalmente italiana, “non per una scelta nazionalista – spiega il dj -, ma per contrastare un’eccessiva esterofilia. Molta della musica di questi anni è stata prodotta proprio in Italia. È un motivo in più per essere orgogliosi di eventi di questo genere perché, se uno vuole uscire da un certo provincialismo, deve anche rappresentare a testa alta quello che di buono si fa nel Paese”.