Certo perché? Che corpo devo avere per andare in spiaggia? Discrimini! Lasciateci vivere! Via da questo muro!

All’uscita della campagna pubblicitaria inglese che attraverso i manifesti domanda alle donne se i loro corpi siano pronti per la spiaggia mostrando la foto di una modella che  lei è pronta per la spiaggia, le donne inglesi compatte hanno reagito duramente.

Rimozione dei manifesti, post-it con contro-proclami, dito medio alzato, giornaliste dei quotidiani più autorevoli incazzatissime, manifestazione ad Hyde PArk organizzata. Di questo avete certamente letto.

Ma c’è altro da aggiungere. Manifestazioni simili si sono avute spesso anche in Italia: è quello che definisco “attivismo all’italianain mancanza di istituzioni che tutelino dalle discriminazioni, migliaia di attiviste anonime reagiscono attraverso il mail bombing che in molti casi porta alla rimozione della pubblicità incriminata. Questo non è un atto moralista come ripetiamo da anni bensì significa tutelare le donne e in particolare le ragazze da una pressione oggettivizzante che le ingabbia e castra la loro potenziale realizzazione obbligandole a seguire il “modello unico”.

Ma in Italia c’è un problema enorme che è squisitamente italico.

Ed è che una nicchia riconducibile a qualche migliaio di persone detta il pensiero mainstream su tutto, anche su questi temi.

E come fa ad essere così potente? Perché monopolizza l’informazione in modo trasversale.

Significa che ogni azione tesa a eliminare gli stereotipi dal Paese viene derisa condannata ed eliminata da moltissime giornalisti e purtroppo giornaliste, in nome di un fantomatico diritto alla libertà di espressione che prevederebbe tutta la monnezza possibile per tutelare alla fine la libertà di chi vende un prodotto a  utilizzando campagne pubblicitarie miserabili (vedi “montami a costo zero”per vendere un pannello solare”) a scapito della libertà di crescere libere da stereotipi di milioni di giovani donne.

Di questo non si parla.

Per cui accade che sia normale che un giornalista del Financial Times, uomo, arrivando in Italia e vedendo uno dei nostri cartelloni “a culo per aria” della modella di turno, ci scriva l’editoriale di prima pagina schernendo l’Italia, ma che qui da noi i giornalisti, non tutti ma una gran parte e ripeto quel che è peggio le giornaliste” si divertano attraverso tweet idioti che hanno l’obbiettivo di schernire le attiviste italiane che già da tempo fanno quello che oggi fanno le inglesi.

Con una differenza: che lì i media sono con loro.

A questo si aggiunge il profondo provincialismo di molti media nostrani per cui se sei attivista inglese va bene farci la copertina, se sei australiana e strappi i manifesti misogini ci fanno un articolo “fico”. Ma se questo accade in Italia…vieni ignorato o etichettato come “moralista”.

Inoltre dobbiamo fare i conti con la spesso inconscia mancanza di autostima di donne apparentemente realizzate ma ancora bisognose di ottenere un “riconoscimento maschile” di approvazione, anche se a scapito del rispetto dei propri diritti di donna. E come se no si giustificherebbero le molte donne “arrivate” che liquidano con un sorrisetto o un’alzata di spalle le battaglie per i diritti portate avanti dalle loro simili? Battaglie che non appoggiano ma che spesso portano ad acquisire diritti di cui anche loro beneficeranno.

Condanna durissima dunque da parte mia per quella parte di informazione e per quegli individui che contribuiscono  a mantenere l’Italia al 69 posto del Gender Gap, Indice che non è stato inventato da suffragette pelose e con gli zoccoli, ma che determina la differenza tra i generi misurata dal World Economic Forum e che molto influenza il potenziale anche economico di un Paese.