C’è qualcosa di assolutamente insopportabile nella decisione dell’Invalsi di rinviare le prove nelle scuole elementari a fronte dello sciopero plebiscitario del 5 maggio prossimo, qualcosa che fa il paio con le arroganti offese del Ministro Giannini di qualche giorno fa, quando ebbe a dire che i docenti italiani, o sono squadristi (quelli che l’hanno contestata, che in realtà squadristi non sono affatto, ma solo esasperati da decenni di incuria, tagli, stipendi da fame, riforme inutili e inefficaci), o sono abulici.

Questo qualcosa ha a che fare con quelle regole generali del gioco (democratico) che sono le uniche in grado di garantire tutti, va oltre dunque la discussione sui test in sé e sulla condizione attuale e disastrata della scuola pubblica italiana.

È evidente a chiunque abbia un minimo di conoscenza delle norme che sovraintendono ai rapporti sindacali, che spostare una prova programmata da tempo, contro la quale è stato dichiarato uno sciopero, è un atteggiamento palesemente anti-sindacale, dunque contrario alla legge.

Ma è anche di più: esso è testimonianza di una visione direi addirittura a-sindacale del mondo del lavoro, di una neg-utopia di una società in cui il parere dei lavoratori è vissuto come un inutile fastidio, qualcosa di cui liberarsi al più presto, perché può avere il solo effetto di ritardare, o impedire, procedure ritenute indispensabili. Da chi? Da coloro che le hanno decise e che da tali procedure ricavano peraltro l’unica ragione della loro costosa esistenza: l’Invalsi stesso.

Cioè: uno dei giocatori, a metà partita, cambia le regole a proprio vantaggio. E i lavoratori faranno bene a tacere. Se non è fascismo, ci manca assai poco, è certamente il segno di una visione autocratica (tecnocratica, avrebbe detto il buon Gaber, che ai tecnocrati italiani dedicò un indimenticabile brano) del mondo, dove conta solo il parere di chi comanda.

Signor Ministro, lei ha qualcosa da dire al proposito, o anche questa domanda le sembra segno di un atteggiamento ‘squadrista’? Perché devono tacere gli insegnanti italiani, magari vi chiederete? Questo l’ha spiegato bene, il Ministro, qualche giorno fa: perché gli insegnanti italiani, o sono squadristi, o sono abulici e dunque, evidentemente, non hanno i medesimi diritti degli altri lavoratori.

Va da sé che, in qualsiasi democrazia che si rispetti, un Ministro, dopo dichiarazioni come quelle di Giannini, o si scusa, o si dimette. Conosco luoghi d’Europa dove, prima si scuserebbe, per dimettersi immediatamente dopo. Un Ministro che pensa della categoria di lavoratori che è chiamato ad amministrare quello che ha dichiarato Giannini non ha altra scelta. Dicendo quello che ha detto, ha sostenuto che ci troviamo in una situazione inemendabile. Cosa pensa di fare, per rimediare, Signor Ministro? Ci imporrà le mani e, ungendoci, ci cambierà? Che cosa intende fare per ridare a questa nazione una classe insegnante che si rispetti? Perché se non lo sa, se non conta sui miracoli, allora che ci sta fare a Viale Trastevere?

Persino l’on. Fassina, che fa parte del suo medesimo Partito, l’ha invitata a scusarsi, ma lei non ha avuto tempo di ascoltarlo, era troppo impegnata a sorridere. Sì, a sorridere, perché è quella la prima regola dei giovani politici italiani: sorridere comunque ed evitare accuratamente di rispondere alle domande. Non mi stupisco dunque che, in un’Italia in cui si pretende di fare una legge elettorale a colpi di ‘fiducia parlamentare’, sembri normale che un Ministro insulti i lavoratori, né che alcuni, ubriachi di populismo, gli diano ragione.

Non mi stupisco neanche dell’assoluta irenicità con cui l’Invalsi annuncia alla nazione che le regole sindacali non lo riguardano: è la stessa di Marchionne, quando doveva liberarsi della Fiom. Stessa scuola, stesse parole, stessi scopi, stessi mandanti. Nel frattempo la scuola pubblica italiana cade, letteralmente, a pezzi, le motivazioni dei suoi insegnanti, ridotti al rango sociale più basso della storia moderna, sono ormai svaporate del tutto, i nostri figli vanno a far lezione in aule vecchie, strapiene, uno sull’altro, con insegnanti ormai (questo sì) vecchi e stanchi (io per primo) e che lo diventeranno ancora di più prima della pensione, mentre migliaia di giovani sono lasciati fuori della porta, indotti a farsi la guerra l’uno con l’altro, in una corsa al posto fisso che assomiglia disgustosamente alla corsa dei carri che si usava nel West per assegnare le terre ai nuovi coloni.

Niente male per un Partito e per un Presidente del Consiglio che avevano messo la scuola al primo posto. Questa non mi pare #unabuonanotizia. Lei che pensa, Presidente? Sorride?