Intervistato dal Fatto Quotidiano aveva definito Massimo Carminati “un bravo ragazzo. Intelligente, molto colto” e di Mafia Capitale aveva detto: “È lo Stato stesso che crea la malavita. Uno va al Comune per una licenza e deve aspettare sei mesi. Lo sa quanto costa quel ritardo? Ecco perché si è costretti a oliare, solo per prendere quello che ci appartiene. A me la gente per strada mi ferma e mi chiede ogni tipo di favori: parla con questo, sblocca questa situazione…”. Ernesto Diotallevi, che la vulgata comune racconta essere uno dei boss della Banda della Magliana ovvero il Secco di Romanzo Criminale. Eppure da quel processo Diotallevi è uscito assolto. Nell’inchiesta Mafia Capitale invece è indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Di Giovanni De Carlo, arrestato dal Ros, aveva invece detto che era un superboss. Per gli inquirenti di Roma entrambi sono vicinissimi a Cosa nostra.

Oggi però la Procura di Roma lo ha messo di nuovo nel mirino ottenendo dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma la confisca di quote societarie, immobili a Roma e Olbia, un hotel a Fiuggi, conti correnti ed opere d’arte, per un ammontare di 25-30 milioni di euro. Per gli inquirenti romani, i pm Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini coordinati dal procuratore Giuseppe Pignatone, è il referente locale di Cosa Nostra.

Esclusi dalla confisca, con revoca del sequestro, si legge nel provvedimento di 110 pagine firmato dal collegio presieduto da Anna Criscuolo, il 50 percento della società “Lampedusa srl”, alcuni quadri, una vettura, il 49% del patrimonio aziendale della “Gamma Re srl” e una decina di conti correnti con importi intorno ai 1.000 euro. Il tribunale ha anche rigettato i ricorsi di Banca Carim, Banca Sella e Banca Tercas, in relazione a contratti di mutuo e di apertura di credito, garantiti da ipoteca sugli immobili, stipulati in favore dei fratelli Diotallevi e di Carolina Lucarini, moglie di Ernesto, ritenendo che questi siano stati concessi in malafede.

La sentenza emessa dal tribunale di Roma, impugnabile da Diotallevi in corte di appello, apre la strada ad analoghe iniziative già sollecitate dalla procura per altri indagati nell’inchiesta su Mafia Capitale. Tra questi Massimo Carminati, accusato di essere il “dominus” dell’associazione per delinquere di stampo mafioso. La procura di Roma aveva chiesto la confisca di beni, per circa 100 milioni di euro.