L’Agenzia nazionale per l’occupazione è già terreno di conquista. Ancora prima di nascere. L’approvazione del relativo decreto attuativo del Jobs act è prevista per giugno, ma sui progetti del governo regna l’incertezza. Il piatto forte della riforma del lavoro targata Matteo Renzi è conteso tra Regioni e Stato, sospeso in un limbo tra l’attuale Costituzione e quella che verrà, ridisegnata dalla riforma Boschi. In queste settimane, sono previsti incontri tra le parti per trovare un’intesa. E se è vero che, come spiega Gianfranco Simoncini, coordinatore della materia lavoro per la Conferenza delle Regioni, il governo si è reso disponibile a stringere “una convenzione per assegnare il personale dei centri per l’impiego alle Regioni”, i problemi non sono certo finiti. In primo luogo, infatti, al di là delle dichiarazioni di intenti, sul tavolo resta l’ultima versione della riforma Boschi, che riporta le competenze in mano allo Stato. Altra grana da risolvere, poi, è quella delle risorse in campo. Il pacchetto delle politiche attive in Italia vale oltre 5 miliardi, buona parte dei quali destinati agli incentivi all’occupazione, altro nodo da sciogliere con il Jobs act. Eppure, ai 550 centri per l’impiego italiani, che contano circa 8mila operatori, vanno le briciole, circa 450 milioni di euro. E anche su questo punto, le Regioni passano all’attacco, etichettando come “incoerente” la riforma del lavoro, che intende puntare sulle politiche attive senza un reale investimento di risorse.

Dagli uffici di collocamento al Jobs Act. E le competenze tornano allo Stato  – Il primo focolaio di battaglia sul terreno dell’Agenzia per l’occupazione è la competenza delle politiche attive. Dai vecchi uffici di collocamento, in capo allo Stato, nel 1997 le funzioni sono passate a Regioni e Province. Ora, con il Jobs Act, il gioco torna in mano a Roma. La legge delega della riforma del lavoro prevede l’istituzione di “un’Agenzia nazionale per l’occupazione, partecipata da Stato, Regioni e province autonome, vigilata dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali”, alla quale saranno attribuite “competenze gestionali in materia di servizi per l’impiego, politiche attive e Aspi“. Questo passaggio del Jobs act va però letto insieme alla riforma della Costituzione che porta la firma del ministro Maria Elena Boschi. Con il suo ddl le politiche attive, finora materia di legislazione concorrente, diventeranno competenza esclusiva di Roma, mentre gli enti locali resteranno esclusi dalla partita.

Regioni contro la centralizzazione della Boschi – Le Regioni, “scippate” del capitolo politiche attive, hanno risposto a tono. Contro la riforma Boschi e contro il Jobs act. “Questo tentativo di nuova centralizzazione delle competenze in materia di lavoro è stato a più riprese stigmatizzato dalla Conferenza delle Regioni”, si legge in un documento inviato alla commissione Lavoro della Camera. “Le Regioni ribadiscono la propria contrarietà a un disegno di legge costituzionale che, tra l’altro, risulta di fatto incoerente con lo stesso disegno riformatore contenuto nel Jobs act”. Il riferimento è a quel passaggio della legge delega che prevede il “mantenimento in capo alle Regioni e alle Province autonome delle competenze in materia di programmazione di politiche attive del lavoro”.

Jobs Act sotto accusa: “Incoerente e senza risorse aggiuntive” – Ma è lo stesso Jobs act a finire nel mirino delle Regioni. La Conferenza sottolinea come la riforma del lavoro non risponda alle diverse criticità, in termini di risorse umane e finanziarie, dell’attuale sistema di politiche attive. La legge delega, infatti, prevede che il riordino in materia debba avvenire “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. “Ciò appare – sostengono le Regioni – del tutto incoerente con l’obiettivo di dare al nostro Paese standard europei nelle politiche attive e nei servizi per il lavoro”. In particolare, il documento fa riferimento ai dati di un rapporto Eurostat del 2013: nei centri per l’impiego italiani, a ogni operatore corrispondono in media 254 disoccupati, mentre in Francia sono 54, in Germania 28, in Gran Bretagna 19. E ancora, nei servizi per l’impiego, l’Italia investe solo lo 0,03% del Pil, contro lo 0,21% del Regno Unito, lo 0,25% della Francia e lo 0,35 % della Germania.

Ottomila operatori in sospeso – Sul piano della spesa alla voce lavoro, i problemi non finiscono qui. Gli 8mila addetti dei 550 centri per l’impiego italiani si ritrovano in una bolla: finora sono stati dipendenti delle Province, da domani non si sa. Sottratti per ora alla collocazione in mobilità, attendono che il Jobs act decida il loro destino. Secondo quanto riportano le Regioni, il governo è intenzionato ad assegnare loro la gestione dei centri per l’impiego. Ma questa scelta comporta un doppio problema. Il primo punto è di natura finanziaria. “La copertura dei costi del personale – scrive la Conferenza delle Regioni in una nota stampa – non può in alcun modo essere addebitata alle Regioni, considerato che questo personale fu trasferito direttamente dallo Stato alle Province con le relative risorse”. Insomma, nel ragionamento degli enti locali, al passaggio dei dipendenti dalle Province alle Regioni deve corrispondere un adeguato passaggio di risorse. E i 60 milioni di euro stanziati dalla legge di Stabilità in questo senso non bastano, visto che il personale costa circa 250 milioni di euro all’anno.

Il nodo delle risorse e il rischio di una procedura di infrazione – Altro nodo da sciogliere, la provenienza di queste risorse. Che sono già a rischio di procedura di infrazione da parte dell’Europa. La manovra prevede la possibilità di utilizzare il Fondo sociale europeo anche per retribuire i dipendenti dei servizi per l’impiego. Ma su questo punto, le Regioni avvertono: “Il rispetto delle regole comunitarie e nazionali connesse alla gestione del Fondo sociale europeo suggerisce cautela e impone senz’altro la verifica con la Comunità europea sulla praticabilità di tali norme e quindi la finanziabilità di tali interventi”. Il problema è che gli stanziamenti europei si possono utilizzare solo per finanziare progetti specifici e non per pagare stipendi di personale a tempo indeterminato. Ci mancava solo la mannaia di Bruxelles.