Gli anni Settanta furono molto difficili per l’Italia. Da un lato il terrorismo, culminato nel maggio del ’78 con la morte di Aldo Moro, dall’altro le due crisi petrolifere del 1972 e del 1979, che misero a dura prova la nostra economia (i lettori più anziani ricordano certamente le “domeniche a piedi”).

Eppure quel decennio fu, per l’Italia, una stagione di conquiste senza precedenti nel campo dei diritti civili. Senza pretesa di completezza, ricordo il divorzio, l’aborto, lo statuto dei diritti dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, la scuola media unica, il nuovo diritto di famiglia e l’obiezione di coscienza.

Come si spiega, dal punto di vista politico, questa “primavera di diritti”? Due cause vengono abitualmente messe in evidenza quando si parla di quegli anni.

La prima è la “rivoluzione culturale” rappresentata, nel bene e nel male, dal ’68, con l’attacco frontale all’autoritarismo nella scuola e nelle istituzioni (ma anche l’autunno caldo del ’69 influì non poco sulla conquista dei diritti sociali).

La seconda è il movimento femminista, che ha reso le donne protagoniste più attive della vita politica e delle battaglie per i diritti.

Si parla molto meno della situazione dei partiti, che invece è la chiave per spiegare sia i progressi di quegli anni sia l’immobilismo – quando non i tentativi di restaurazione – degli anni che stiamo vivendo.

Alle elezioni politiche del 1976, un anno che si colloca esattamente a metà strada fra i due referendum sul divorzio e sull’aborto, il Psi più i “partiti laici” (Psdi, Pri, Pli, Pr) raggiungono il 18,49 dei voti alla Camera (senza contare i partiti di estrema sinistra, aperti sui temi dei diritti, come Democrazia Proletaria). Nelle precedenti elezioni, nel 1972, il risultato era stato del 21,50% dei voti alla Camera. Dunque, negli anni Settanta i laici, nel loro complesso, sono decisivi per consentire alla Dc di governare il paese (e questo “costringe” la Dc ad accettare leggi certamente non gradite né alle gerarchie del partito né tanto meno a quelle del Vaticano).

Nelle fila dei partiti “laici” ci sono personalità che si battono con forza trascinante per affermare nuovi diritti: cito fra tutti il socialista Loris Fortuna (che “firma” le due leggi su divorzio e aborto), il liberale Antonio Baslini, secondo firmatario della legge su divorzio, e il radicale Marco Pannella, protagonista con Emma Bonino delle battaglie referendarie e della vittoria dei “no” nei due referendum abrogativi di divorzio e aborto.

Erano laici gli italiani negli anni Settanta? Certamente sì, a giudicare dai risultati dei due referendum: 59,3% contro l’abolizione del divorzio, addirittura 88,4% contro quella dell’aborto. Ed era laico anche “il popolo comunista”, ben più avanzato, in materia di diritti civili, dei massimi dirigenti del Pci, sempre “a rimorchio” dei socialisti e dei radicali.

Alla fine degli anni Novanta, il ciclone di “Mani Pulite” fa scomparire il Psi e i tre partiti laici, mentre i radicali sopravvivono stentatamente e attualmente sono privi di una rappresentanza parlamentare. Dunque, “alfiere” dei diritti civili dovrebbe essere ai nostri giorni il Pd, (Sel e 5 Stelle si occupano d’altro). Ma la verità è che il gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd non è mai stato “laico”, fin dai tempi della Costituente e dell’impegno di Togliatti per recepire in Costituzione, con il dannato articolo 7, il Concordato di Mussolini con la Chiesa Cattolica.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine “ufficiale” del comunismo in Europa, l’interminabile funerale del Pci finisce purtroppo, anziché con la nascita di un partito riformista e socialdemocratico di stampo europeo, con la fusione, in un improbabile “Partito Democratico”, dei vecchi comunisti e di gran parte dei vecchi democristiani. Con la conseguenza ovvia che il Pd non fa nulla per colmare l’abisso che, in materia di diritti civili, divide ormai l’Italia dall’Europa.

La prova più recente di questa paralisi del Pd è nella incapacità di far propria la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzare l’eutanasia, presentata nel dicembre del 2013 dalla Associazione Luca Coscioni con la firma di 70mila cittadini /elettori.

Eppure, ricerche di grande serietà e spessore – come quella di “Critica Liberale” – ci dimostrano scientificamente ciò che possiamo constatare empiricamente giorno per giorno: la drastica e inarrestabile “secolarizzazione” della società italiana, che non trova risconto solo nella triste realtà dei nostri partiti.

Dunque, è tempo di ridare fiato alla “laicità” della politica e dello Stato, magari cominciando da una associazione che denunci senza sosta e con forza la deriva conservatrice, quando non apertamente clericale, della politica italiana, per giungere a ridare vita ad un movimento politico come quella “Rosa nel Pugno” che tante speranze aveva suscitato fra noi “reduci” degli anni Settanta.

Su questi temi e in generale su diritti civili vedi il numero 77 della mia Newsletter a questo link