“La vecchiaia non è posto per femminucce“. (Bette Davis)

Un uomo non è vecchio finché è alla ricerca di qualcosa”. (Jean Rostand)

Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia”. (Proverbio africano)

Il benessere del dopoguerra ha portato da una parte alla medicalizzazione, dall’altra ad una ricerca sfrenata degli elisir di lunga vita, un accanimento terapeutico a suon di antidolorifici e antibiotici che ci ha reso mediamente sempre più longevi. Non è che sia un vantaggio arrivare a tarda età senza compagnia vicino, con acciacchi di ogni tipo a bussare al nostro fisico comunque logorato, con la vista appannata, l’udito debole, le anche e le ginocchia cedevoli e scricchiolanti. E’ il tema portante de La meccanica dell’amore di Alessandro Riccio, sempre più attento portatore di quel teatro sano che parla di sociale senza per questo essere pedante, petulante, lagnoso e didascalico. Tre profonde questioni compongono il tetris de La meccanica: il riciclo degli oggetti che non usiamo più, chiamalo consumismo, gli anziani da rottamare, le badanti ad accompagnarci nel fine vita.

MeccanicaMateria pulsante e viva che tutti tocca, ha toccato o toccherà. E Riccio ci mette del suo nell’affondare nella carne e nel magma del problema. Il ‘suo’ anziano è di quelli scorbutici e spettinati, burberi e antipatici per timore dell’altro, per (auto)emarginazione di fronte ai tempi che cambiano vorticosamente, che trova la salvezza nell’unica estrema difesa possibile: il barricarsi in casa attorniato ed accerchiato da tutte le sue cose di una vita, dove tutto ha un’anima, un respiro, un ricordo, anche se tutto è offuscato ed annebbiato ormai. L’accumulo combatte anche la paura di morire, l’ammassare ci rende meno soli, più utili, con un posto nel mondo, padroni di qualcosa di cui possiamo disporre.

E’ il paragone tra le cianfrusaglie, che sempre più il nostro sistema produttivo immette nel mercato, chiamala globalizzazione verso il basso, e gli anziani, tra gli oggetti rotti che nessuno più perde tempo a rimettere in sesto ed in uso. Costa molto meno buttare una cosa vecchia e prenderne una nuova, migliore, che riparare quella danneggiata. Se questo pensiero viene applicato alle persone però capita quello che sta succedendo in Occidente con milioni di anziani messi sotto campane di vetro, internati, chiusi in ricoveri, che perdono la memoria perché lentamente nessuno ha più bisogno di loro in un vortice di solitudine e mancanze. Il mondo va troppo svelto per loro che non riescono a stare al passo della tecnologia sentendosi inadeguati, fuori luogo, pesi, palle al piede.

In qualche modo, anche se con le debite proporzioni, viene alla mente il sorprendente “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni” di Deflorian/Tagliarini dove quattro anziani si tolgono la vita per non gravare più sul mondo. Qui il ‘nostro’ prima si autoesclude, ma ha ancora voglia di vivere e lottare, ma al contempo non vuole cedere la propria libertà di scelta, come, in fondo, fece il regista Mario Monicelli, orgoglioso e fiero fino alla fine.

Meccanica 2Il nostro caro protagonista, Orlando, sempre furioso, deve essere aiutato a fare piazza pulita dei suoi ricordi, delle sue innumerevoli scatole di ciarpame e cose vecchie ed ormai inutili, altrimenti è già pronto per lui un posto alla Casa di Riposo. Al posto di una badante dell’Est arriva in soccorso un robot dal sapore di Io e Caterina di Alberto Sordi e qui comincia lo spettacolo nello spettacolo. Nella cornice degli infiniti oggetti accumulati in una vita, come se si fosse dentro il reality Sepolti in casa, la badante di latta (una Gaia Nanni che ironizza su gestualità, mimica scattosa e linguaggio stoppato e metallico, appunto) ingaggia un duello generazionale, dialettico e sintattico con l’attempato ma arzillo signore spigoloso.

Si viene catapultati quasi in She, la pellicola con Joaquin Phoenix, dove la realtà virtuale, lì una voce senza corpo qui robotica, fanno innamorare l’umano per poi abbandonarlo. Ma, in definitiva, al di là di tanta poesia sui capelli canuti, sulla saggezza e sull’esperienza “La vecchiaia non è una battaglia, la vecchiaia è un massacro”, come scrive Philip Roth. Ma è con il filosofo Umberto Galimberti che ritroviamo serenità: “Non si muore perché ci si ammala, ci si ammala perché bisogna morire“.

Visto al Teatro di Rifredi, Firenze, 12 aprile 2015